giorno 1

Da oggi, tutta l'Italia è in quarantena.
Mai momento mi è sembrato più adatto per riaprire un blog (chi mi conosce sa che ne ho avuti diversi, perlopiù diari).
Magari, nel mio piccolo, vi aiuterò a passare il tempo.

Cosa troverete su questo blog.
  • Dei racconti, uno al giorno. Racconti scritti quando ero giovane (e ne producevo un sacco, perché coltivavo l'ambizione di diventare una scrittrice di narrativa). Va da sé che ce ne sarà qualcuno più valido e qualcun altro meno. Ma non è bello, in questi giorni, ricordare che "c'era un tempo sognato / che bisognava sognare"
  • Degli spunti, uno al giorno. Questi vengono da una mia scelta di vita recente, quella di tornare a lavorare come freelance, condizione che implica lo stare a casa per la maggior parte della giornata, perché è da qui che si lavora, perlopiù. E la maggior parte delle serate, perché quando tu sei stata tutto il giorno a casa a lavorare, di sicuro hai la voglia di uscire a far baldoria che ti esplode dentro ma, spesso, chi vive con te ed è stato tutto il giorno fuori, non manifesta esattamente lo stesso entusiasmo. Vi regalerò perciò dei piccoli consigli pratici per non impazzire. O almeno provarci
  • Dei link, qua e là. All'interno di alcune parole. Random. A volte dentro ci sarà un'informazione, altre volte una canzone, altre volte chissà. Perché credo che fare collegamenti e approfondimenti, possa aiutare a tenere il cervello bello arzillo. 
  • Assolutamente nessun diario, questa volta.
Ok, abbiamo iniziato, la pagina non è più bianca.

|| spunto 1 ||
La sveglia.
Non smettete di puntarla. Telelavoro o smart working o studio o anche niente da fare, poco cambia: la cosa più importante, quando si sta a casa, è darsi un'autodisciplina. 
Ma come decidere a che ora impostarla?
Il mio consiglio, se la vostra situazione è analoga alla mia (ovvero, non avete figli che vi tirano giù dal letto), è: aggiungete al solito orario, il tempo che avreste impiegato per andare al lavoro, a scuola, all'università.
Magari alla fine della quarantena vi sveglierete addirittura più riposati. 


|| racconto 1 ||
(datato primi anni 2000)
L'aereo decolla alle 16.30. Quindi sono in ritardo… come al solito. E poi non conosco Torino. Non sarà Londra ma è sempre una città nuova per me. Quindi. Mi serve un taxi.
– Dunque, Salve è libero? 
– Sì s'accomodi bella gioia. 
– Grazie. 
– Dove la porto? 
– Aeroporto per favore. 
Partiamo.
– Lo sa signorina, lei ha un viso conosciuto.
Eccolo che attacca. Sorrido sorniona.
– No, sul serio, sembra, non so, qual è quell'attrice?!?
Non somiglio ad attrici, che io sappia.
– Comunque… di dov'è signorina, di dov'è?
È un uomo anziano, dagli occhi stanchi ma sereni, anche se non fino in fondo.
– Di Roma. Vivo a Roma.
– Ah, beata lei… qui non è sempre come oggi, qua piove, il sole esce poco, oggi invece una meraviglia, l'ha portato lei da Roma il sole, signorina?
Risatina in bilico tra l'isterico e il disperato. Se questo continua così tutto il viaggio lo uccido lo scippo della macchina e chiedo la strada giusta da seguire.
– E cosa fa a Torino, cosa fa? Lavoro?
– No… veramente ho 19 anni… in realtà ero qui per il test per entrare in una scuola di scrittura…
– Sì? È così piccola? Me la facevo già lavoratrice… vuol fare la scrittrice signorina? Gliela racconto io una bella storia, la mia…
E lo fa davvero.
“Io son del Sud, in realtà. 
Sono nato in Sicilia, ormai non si sente più dalla mia voce, cinquant'anni che vivo a Torino. 
Sa, la Sicilia non è come qui, e nemmeno come Roma, io ci ho abitato a Roma, ecco perché ne parlo. La Sicilia profuma tutta di mare, e quando io ero piccolino, se nascevi su un’isola, poteva darsi che non avresti mai messo piede sul continente, nemmeno alla mia età. Rimanevi là, là e basta, e ci passavi tutta l’esistenza. Andavi a scuola in Sicilia, al mare d’estate in Sicilia, al lavoro direttamente dopo la scuola, niente università, non tutti, e io ero contadino, sono una persona semplice; e poi ti sposavi in Sicilia, facevi i figli, invecchiavi e morivi in Sicilia. Non è che sia un male, è solo che a me venne la curiosità di vedere cosa c’era, poi, se attraversavi il mare. 
Ero un ragazzo curioso, non avevo una fidanzata. Insomma, a sedici anni, ero più piccolo di lei signorina, me ne vado. Me ne vado e mio padre non mi dà neppure un soldo, perché se te ne andavi poi non tornavi. E io me ne sono andato. 
Ho viaggiato, e girato, e sono arrivato però quasi subito a Roma. 
All'inizio non capivo molto, dormivo dove capitava, non mangiavo, a dir la verità mi sa che mangiavo una volta sola al giorno, e ogni volta in cambio di qualche lavoretto. 
Ero una persona semplice, ma avevo sviluppato molto il senso del gusto. 
Lo sa, davvero, credo che avrei fatto il cuoco. 
Ma non potevo fare scuole di cucina. 
Però dopo qualche giorno che ero in città e che andavo avanti come potevo, mi è capitato di conoscere un ragazzo, avrà avuto vent'anni, ed era soldato. Mi disse: Dai, vieni in caserma, l’ufficiale cerca ragazzi nuovi. 
Non gli dissi quanti anni avevo e lui non me lo chiese. Gli dissi che mi piaceva cucinare. 
In caserma rimasi poco, poco tempo davvero, anche se l'ufficiale era un uomo bravo. 
Una sera di libera uscita, andammo in un locale, dove conobbi il proprietario, che mi disse che c'era libero un posto di cameriere, non era proprio cuoco, ma una gavetta, disse, la dovevo pur fare. 
Cosa potevo dire? Sono una persona semplice, accettai. 
Così mi misero addosso un bel vestito, bello davvero, chi ne aveva mai visto uno simile, mi dissero di farvi attenzione, e io la feci, e mi destinarono al servizio dei tavoli. 
Mi pare fosse a San Giovanni, il ristorante, ora non c'è più, di certo, chissà cos'è diventato. 
Comunque, il fatto fu che rimasi lì a lungo. 
Passò del tempo, chi lo sa, magari due anni, io ero sempre cameriere, i soldi li spendevo solo se necessario, per il resto li tenevo, intendevo sposarmi, un giorno, e quindi c'era da fare economia. 
La famiglia. La mia famiglia. Bene, mi mancavano tanto, ma io gli scrivevo. Mi rispondeva solo mia madre, che per mio padre era come se fossi morto in guerra. Lei invece mi mandava ogni volta i suoi saluti, povera donna, che gli angeli la tengano con loro, e chiedeva notizie della mia vita, della mia salute, mi abbracciava e sperava di rivedermi presto. 
Non l'ho più rivisti. Sono morti durante la Guerra. 
Io comunque stavo bene, dormivo in un letto e mangiavo due volte al giorno, avevo i miei risparmi da parte e mi trovavo in sintonia col padrone. Sono una persona semplice, per me era un'ottima vita. 
Iniziò a venire spesso un cliente, un cliente fisso dicevamo noi, che prenotava sempre un tavolino rotondo un po' appartato, e voleva essere servito solo da me, chi lo sa, si vede che la mia gioventù gli faceva simpatia. 
Ogni sera che si presentava al ristorante, era accompagnato da una differente signora, tutte molto belle, tutte molto eleganti, come lui. 
Chiacchierava due minuti con me, poi si dedicava interamente alla sua accompagnatrice di turno. Alla fine della cena mi lasciava sempre grosse mance, ed io pensai che era un uomo molto cristiano. 
Andò avanti questa faccenda delle cene delle mance e delle donne dell'uomo distinto alcune settimane, fino a che una sera non venne solo, e mi fece una proposta. 
Praticamente mi domandò di lavorare per lui, a casa sua, perché ero un ragazzo serio e volenteroso, e insomma potevo essere un ottimo dipendente. 
Sono una persona semplice, nemmeno istruita, accettai. 
Lasciai il proprietario del ristorante, che comunque mi invitò a tornare quando avessi finito col signore e mi fossi ritrovato senza far nulla, levai la divisa da cameriere, e andai. 
Così. 
La casa di quell'uomo era ricca e grande, non era sposato, era completamente solo. 
Feci il cameriere, il maggiordomo (che non ho ancora capito cosa voleva dire, sono un uomo semplice) e finalmente il cuoco. 
In quella casa viveva la vecchia madre del mio principale, una vecchia donna molto bella, di quella bellezza incartapecorita e grigia, tutta curva e vestita sempre di rosa confetto. Immobile su una sedia a rotelle, non stava mai zitta, e mi aveva preso in simpatia. Credeva fossi napoletano, e mi chiamava Uagliò. Non ho mai tentato di chiarire l'equivoco. Era contenta di me, come il figlio, e questo mi bastava. 
Poi, un giorno, scoppiò la guerra. La radio di casa ci avvertì tutti, e non feci in tempo a pulire l'ultima carota per il minestrone della sera. Entrò in cucina il signore, e mi chiese di andare via. 
Non ho mai capito il motivo, ma sono una persona semplice, e me ne andai. 
Tornai al ristorante allora, ma il vecchio proprietario mio amico era morto, nel frattempo, e quello nuovo non volle saperne di me. 
Mi restò solo la caserma. 
Vi passai la guerra. 
A San Giovanni dopo la guerra, non potevo rimanere. Le bombe lo avevano reso un posto irriconoscibile, e per me come per tanti non c'era molto da fare. 
Decisi di lasciare anche Roma. Non volevo, ma era necessario. 
Mi misi in viaggio, e conobbi una ragazza, durante il viaggio. 
Era molto bella. Era molto, molto bella. La pelle bianca, di alabastro. E parlava con un accento che non conoscevo. 
Mi disse che la sua città era Torino, e lì era diretta, e mancava poco. 
La seguii. Certo che la seguii. 
Imparai a guidare la macchina di suo padre, e presi la patente. 
Fu una cosa semplice, non come oggi, vedo mio nipote che fatica. 
Divenni tassista, imparai a conoscere la città, e racimolati nuovi soldi, sposai Benedetta, la ragazza bellissima. 
Io e Benedetta abbiamo avuto due figli, il più grande ha un figlio, mio nipote, quello della patente. 
I nostri figli hanno potuto studiare, e io continuo a vivere di quel che guadagno col taxi. Sono rimasto una persona semplice, ma lei signorina studi, e vedrà che diventerà scrittrice…” 

– Siamo arrivati, aeroporto!, si gira, mi guarda bene, Lei comunque somiglia ad un’attrice, davvero, che bel viso.
Sorrido.
– Buon viaggio allora, torni presto a Torino, e auguri.
Sono mostruosamente in ritardo. C'era pure un traffico che te lo raccomando.
La signorina del check- in mi dice di correre, ancora, che avverte lei quelli del volo che sta arrivando un altro passeggero.
Arrivo ultima. 
Uffa, penseranno che a Roma non siamo precisi.

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