giorno 11
Solo per oggi, perché sono esausta, la mia opinione non richiesta sul presente.
Sento invocare l'esercito in strada e desiderare tutti i prodromi della dittatura, perché improvvisamente è andata persa la capacità di distinguere una persona che corre in solitaria da un assembramento di gente.D'altronde, fino a ieri non era percepita nemmeno la differenza semantica tra assembramento e assemblaggio (ho letto e sentito ovunque parlare di assemblamento).
E tutto questo odio, che si sparge ancor più del virus. Il sospetto, la diffidenza, la ricerca dell'untore, del colpevole, del cattivo.
Siamo sicuri che andràtuttobene, sia l'hashtag appropriato? Sicuri sicuri?
"Anger. Fear. Aggression.
Easily they flow. Quick to join you in a fight. If once you start down the dark path, forever will it dominate your destiny".
|| spunto 11 ||
Vestiti, stiamo a casa.
Finalmente è venerdì!
Domani non si lavora, questa sera possiamo fare baldoria!
A casa, naturalmente.
Guardati un attimo allo specchio: non avresti voglia di indossare quel paio di pantaloni nuovi che avevi comprato e fatto orlare pochi giorni prima del lock down (dettaglio autobiografico, li ho messi al secondo giorno, ed hanno già fatto un giro in lavatrice)?
Non ne hai abbastanza della tuta?
Questa sera, facciamo insieme una cosa diversa: ci vestiamo bene, come se stessimo andando a cena fuori. Insisto fin dal primo post, su quanto sia importante l'autodisciplina, quando si sta a casa. Altrettanto lo è non perdere di vista i giorni della settimana, come se fossimo in vacanza: non siamo decisamente in vacanza.
Questo venerdì, perché non recuperi un po' di quella capacità di circondarti di una situazione immaginaria, fino a percepirla come reale, che avevi nell'infanzia?
Aiutati a giocare.
Il primo passo è fare come Barney, esclamare con convinzione: suit up!
E poi, se tu non puoi andare cena fuori, la cena può venire a te (da fuori).
Magari il tuo ristorante greco di fiducia assicura il servizio delivery (secondo dettaglio autobiografico).
Apparecchia la tavola con cura. Stappa una buona bottiglia di vino. Imposta una bella playlist che ricrei l'atmosfera.
Buona serata!
Finalmente è venerdì!
Domani non si lavora, questa sera possiamo fare baldoria!
A casa, naturalmente.
Guardati un attimo allo specchio: non avresti voglia di indossare quel paio di pantaloni nuovi che avevi comprato e fatto orlare pochi giorni prima del lock down (dettaglio autobiografico, li ho messi al secondo giorno, ed hanno già fatto un giro in lavatrice)?
Non ne hai abbastanza della tuta?
Questa sera, facciamo insieme una cosa diversa: ci vestiamo bene, come se stessimo andando a cena fuori. Insisto fin dal primo post, su quanto sia importante l'autodisciplina, quando si sta a casa. Altrettanto lo è non perdere di vista i giorni della settimana, come se fossimo in vacanza: non siamo decisamente in vacanza.
Questo venerdì, perché non recuperi un po' di quella capacità di circondarti di una situazione immaginaria, fino a percepirla come reale, che avevi nell'infanzia?
Aiutati a giocare.
Il primo passo è fare come Barney, esclamare con convinzione: suit up!
E poi, se tu non puoi andare cena fuori, la cena può venire a te (da fuori).
Magari il tuo ristorante greco di fiducia assicura il servizio delivery (secondo dettaglio autobiografico).
Apparecchia la tavola con cura. Stappa una buona bottiglia di vino. Imposta una bella playlist che ricrei l'atmosfera.
Buona serata!
|| racconto 11 ||
(datato anno 2002)
- seconda e ultima parte -"Questa notte ho sognato una casa. Era bella. A forma di cubo, scavata nel vetro. Si dice, scavata nel vetro? Era piccola, con le pareti - com'è ovvio - completamente trasparenti. Pur avendo l'ingresso sul Corso, dove camminavano tantissime persone, nessuna di esse sembrava considerare una casa trasparente un fatto eccezionale degno di nota.
Dentro c'erano un piccolo tavolo circolare, un divano rosso, una scala a chiocciola, e un angolo cottura. Accanto alla scala, c'erano delle piante verdi. Dietro le piante verdi, il bagno. Aveva addirittura un cortile: lì, mattonelle rosso di Siena, un caminetto e una vasca, come una piccola piscina, in cui galleggiavano dei fiorellini. Il cortile era fatto in modo tale che d'inverno si potesse chiudere.
Avevo per fidanzato il personaggio che Ewan Mc Gregor interpreta in Moulin Rouge!, d'altronde è un film che è uscito da poco, e l'ho già visto due volte.
Come mi accade spesso quando sogno, non sentivo bene le voci, ma distinguevo le emozioni, e le immagini erano nitide.
Potrei disegnarla su uno dei quaderni, la casa di vetro, sarà bello vedere che sono ancora capace a disegnare.
Ad un certo punto Christian mi ha domandato dove portasse la scala a chiocciola. In effetti, non lo sapevo. Abitavo lì da molto tempo, e non avevo mai fatto le scale. Un gradino, poi due, poi tre. Poi dieci, poi venti, poi trenta. Poi cento, poi duecento, poi trecento. Alla fine erano tremila, gli scalini. Ciononostante, eravamo arrivati su, riposati. Ero più stanca di me, quando mi sono svegliata.
In cima c'era una nuvola. E questo quasi me l'aspettavo. Non m'aspettavo che sulla nuvola ci fosse un cavallo alato rosa che faceva la doccia.
Accanto alla doccia c'era un arcobaleno, che conduceva dritto ad un sole sorridente.
Sembrava la doccia dei Mio Mini Pony che avevo da bambina.
Io e Christian eravamo andati a sinistra. Da quel lato della doccia, partiva un sentiero che conduceva ad una radura verde pastello, con fiorellini gialli, tipo bocche di leone.
Buffo, non ho mai visto una bocca di leone dal vero in vita mia, e l'ho incontrata là.
Gli steli erano così delicati, e i fiori tanto armoniosi. Dondolavano a destra e a sinistra, sembravano altalene.
Invece, erano culle. In quelle culle dormivano i sogni appena nati, preparandosi alle fatiche future. Sembrano indistruttibili, da piccoli, i sogni.
Poi passa il tempo, e si fanno sempre più deboli.
Cullarli in bocche di leone, era un metodo per farli poi crescere più forti, fieri e grandi. Quei sogni che venivano cullati nei non-ti-scordar-di-me, invece, crescevano già un po' più sottomessi e disperati.
Guardavo Christian e pensavo che tutti i personaggi dei film sono migliori di noi: fanno quello che noi vorremmo fare, ma troppo spesso lasciamo in sospeso.
Poi a un tratto, ho chinato la testa verso il basso: una ragazzina minuscola dai capelli castani lunghi e mossi come i miei, aveva attirato la mia attenzione. Era vestita come Trilly. Seduta con le gambe accavallate, una tesa l'altra piegata. Le ali iridescenti, naturalmente. Gli occhi chiusi e un viso dolce. Però, stava piangendo.
"Perché piangi?", le avevo domandato.
"Piango perché qualcuno da qualche parte ha ucciso un sogno", aveva risposto.
Questa cosa mi aveva fatto sentire molto in colpa: quanti sogni avevo ucciso, nella mia vita.
E poi, mi sono svegliata."
Ada istintivamente chiude il quaderno. Sul comodino ha una fatina di ceramica porta-felicità: non somiglia a quella del sogno, la sua fatina ha un atteggiamento quasi civettuolo.
C'è un'altra cosa, nella nicchia. Un quaderno di quelli grandi, ad anelli, con la copertina blu.
Lo apre, e scopre che è quello dove incollava i foglietti dei Baci Perugina. Faceva bene attenzione ad evitare di incollare doppioni, aveva iniziato a conservarli quando aveva quattordici anni.
"Caspita, l'ultima aggiunta è dell'anno scorso", commenta Ada, "però!"
Ada è abbastanza soddisfatta di quel po' d'ordine che è riuscita a dare ai suoi pensieri, alla sua nicchia.
Ora posa lentamente la testa sul cuscino, e spegne la luce.
Le cartoline mai spedite giacciono nel secchio argentato, e presto non esisteranno più.
"Che brutto, dev'essere, non esistere più", pensa Ada, chiudendo gli occhi.
I due libri da leggere sono sul comodino.
Ora, finalmente, può dormire tranquilla.
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