giorno 15
|| spunto 15 ||
La beauty routine.
A stare tutto il giorno e tutti i giorni a casa, il rischio abbrutimento selvaggio è dietro l'angolo.
Come hai letto nei post scorsi, io cerco di allenarmi tutti i giorni, mangiare decentemente, puntare la sveglia e rispettarla, eccetera.
Già, ma come sostituirsi alla propria estetista o al parrucchiere o al barbiere?
Ovviamente, non ti dirò che ci riuscirai, perché a meno che non sia anche parte del tuo lavoro... non si può!
In questi giorni, ho accentuato ulteriormente la mia convinzione secondo cui ogni mestiere deve essere svolto da dei bravi professionisti, ed ecco perché è giusto pagarli (pagarci).
Vedi alla voce pulizie domestiche.
Ciò non toglie che internet, possa aiutarci di molto ad imparare cose nuove (oltre che a passare il tempo), durante la quarantena.
I tutorial, sono un'invenzione meravigliosa, anche quando si tratta di principi di beauty routine.
Oggi ti segnalo come la famosissima Cliomakeup, ci racconta come fare la manicure: in tempi in cui ci si lava le mani in media otto-novecentomila volte al giorno, mi sembra un'ottima base da cui partire.
A domani, con altri consigli!
|| racconto 15 ||
(datato anno 2004)
- seconda e ultima parte -
Atene, Agosto 2004.
Dopo alcuni drink a base di vodka, Sofia e Sebastian erano abbastanza brilli da sentirsi a proprio agio con le loro intenzioni. Così, erano saliti a piedi sul Partenone. Illuminato a giorno e stagliato su un cielo nero nuvoloso e senza luna, da dovunque lo si osservasse aveva un'aria ancora più maestosa del solito.
"Imponente!", aveva osservato Sofia, con sincera meraviglia. Avrebbe voluto dire qualcosa di più intelligente, ma le era uscita solo quella parola. D'altronde una delle sue caratteristiche principali, oltre la passione per arte, architettura e cose belle e antiche in generale - era fare osservazioni banali su ciò che la colpiva particolarmente. Era come se la visione di quel qualcosa, la assorbisse talmente da impedirle di articolare pensieri. Questa sua caratteristica era stata anche una delle cause che l'avevano indotta a lasciare l'università, un paio di anni prima: agli esami, non riusciva proprio a parlare. E sì che affrontava situazioni più gravose. In quelle, però, in effetti, doveva stare zitta.
Sebastian ora le stava indicando un pertugio attraverso il quale raggiungere non proprio in maniera legale il Partenone.
Sofia si stava finalmente rilassando, nonostante fossero passate davvero poche ore da quel fattaccio compiuto al porto del Pireo.
Roma, Ottobre 2004.
Sofia e Sebastian ora camminavano sulla via Via Biberatica.
- Ehi, Sebastian, lo sai perché questa si chiama Via Biberatica?
- No, ma mi sa che tu sì, e forse vuoi proprio tanto fare la maestrina e dirmelo. Ho indovinato?
Sofia aveva piroettato allegramente su se stessa.
- Sì! Muoio dalla voglia di riuscire a dire quello che so, per una volta. E comunque, si chiama così perché era la parte dei Mercati dove si trovavano le tabernae, ovvero i locali dove si beveva. Bibere, in latino, significa bere. Hai capito? Siamo sulla via ubriacona!
- Niente di più appropriato, direi.
Si erano messi a ridere ed avevano simulato un brindisi, con le mani chiuse a pugno.
Solo una volta raggiunto il terzo piano del Grande Emiciclo, s'erano fermati.
Anche i Fori, come il Colosseo, erano illuminati di viola.
- Sofi ma a te piace questa illuminazione?
- Sì, dai. Ci sta.
- Se lo dici te...
- Con il viola... è tutto ancora più surreale. Come se le rovine fossero illuminate da un direttore della fotografia per un film su un mondo fantasma.
- Scarso, concedimelo. Non di sicuro Storaro.
E di nuovo avevano riso.
Poi se ne erano stati in silenzio per qualche minuto. Sebastian ripensava ad Atene. A quello che era successo. E a come Sofia, pur guadagnandosi da vivere in quel modo, sembrasse proprio una ragazza come tutte le altre.
- Credo sia ora di andare, Sebastian. L'azione è nemica del pensiero!
Sofia aveva sentito dire quella battuta a Nicole Kidman, in un film, e l'aveva fatta sua.
- Tu non pensi mai, Sofia?
- Penso di minuto in minuto.
Il fatto che due mesi prima Sebastian fosse stato suo complice, dapprima inconsapevole poi cosciente, non faceva di lui automaticamente un socio. Questo Sofia lo sapeva, ma quella lunga notte romana, quasi l'aveva portata a credere che lui l'avrebbe aiutata.
Al contrario, lui si sentiva molto a disagio, avrebbe dato chissà che per farle cambiare lavoro, anche in quello stesso istante.
- Ti porto a casa.
Aveva concluso la ragazza.
Girandosi contemporaneamente e allontanandosi un poco a malincuore dal loro punto d'osservazione panoramico, Sebastian e Sofia avevano attraversato in silenzio i Mercati. I piedi di Sofia erano concentrati su ogni ciottolo o filo d'erba o pietra che calpestavano. Su ogni scalino. Concentrarsi sui particolari apparentemente insignificanti, era un ottimo trucco per evitare di pensare.
Una volta usciti e saliti in macchina, portandosi dietro gli insulti del portiere dell'albergo per la loro permanenza giudicata troppo prolungata, si erano detti reciprocamente di avere entrambi la sensazione che mancasse qualcosa. Arrivati all'altezza dell'Altare della Patria, avevano capito cosa: la testa. La testa di Mitoraj non c'era più. Il camion se ne doveva essere andato mentre loro se ne stavano a commentare l'illuminazione viola delle rovine.
Sofia stava svoltando frattanto in una vietta interna a destra di Corso Vittorio Emanuele, dirigendosi verso via del Governo Vecchio.
- Non mi hai portato a casa!,
aveva realizzato solo in quel momento Sebastian.
Sofia aveva nicchiato, come a sottintendere Facciamo a modo mio, ed aveva parcheggiato in piazza dell'Orologio. Non c'era nessuno in giro, il cielo iniziava appena a schiarire.
Le 5.45.
"Stai in macchina", aveva detto Sofia a Sebastian, "faccio rapidissima".
Sebastian, rassegnato, aveva deciso di auto convincersi che Sofia poteva benissimo essere scesa dall'auto per andare a comprare due cornetti per far colazione. Come avrebbe fatto una qualsiasi ragazza, a quell'ora in bilico tra notte e giorno. Così riusciva a rimanere tranquillo, mentre guardava dallo specchietto retrovisore Sofia spingere la piccola elegante porta del Caffè Novecento. Le era addirittura sembrato di sentirla dire "Buongiorno Massimiliano", ché Sofia glielo aveva detto che l'obiettivo si chiamava così.
Nei pressi di Atene, Agosto 2004.
Su una barca nell'Attica, si era compiuta la missione di Sofia. Dopodiché, lei aveva chiamato Sebastian.
Si conoscevano da tanto tempo, da molto prima.
Lui non lo sapeva che lei, di lavoro, ammazzasse la gente. Lo faceva da quando era poco più che una bambina, quindi quasi senza accorgersene, ormai.
Non ne ammazzava tanti, ma erano ben selezionati, e guadagnava bene.
Quella notte al Pireo, Sofia non avrebbe dovuto chiamare Sebastian, non era corretto, ma non conosceva nessun altro ad Atene.
Roma, Ottobre 2004.
"Possiamo andare, ho finito", aveva annunciato Sofia tornando verso la macchina.
Aveva aperto lo sportello, questa volta lo aveva fatto da sola, e aveva messo in moto la Opel. Senza fretta, anzi con calma.
Al primo semaforo rosso, si era voltata verso Sebastian: "Un cornetto lo vuoi?", gli aveva domandato.
In grembo, aveva un sacchetto bianco di carta di cui Sebastian non si era accorto fino a quel momento: come una qualsiasi ragazza che conclude una notte in giro, Sofia aveva infatti comprato due cornetti, per fare colazione.
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