giorno 2
|| spunto 2 ||
Lavorare da casa.
Sei in telelavoro obbligatorio, ma non hai mai lavorato da casa in vita tua.
Niente panico.
Io riesco a non andare fuori di testa nonostante l'aggravante del lavoro creativo, che non deve sottostare ad orari d'ufficio precisi e generalmente non prevede call programmate o video riunioni, e anche le scadenze non sono mai definite come dovrebbero.
Ovviamente non ho la bacchetta magica, ma ti lascio qualche suggerimento che secondo me ti sarà utile.
- Agisci come se fossi in ufficio: fatti la doccia e vestiti, siediti davanti al computer puntuale. La prima volta che ho lavorato da casa per alcuni mesi, avevo 30 anni. I primi giorni ho fatto l'errore di rimanere in pigiama e, addirittura, di scrivere dal letto: lascia perdere. È una questione di mood e, credimi, è fondamentale essere in quello giusto.
- Non saltare la pausa pranzo, ma non renderla più lunga di quel che deve essere al grido di: "Mi levo una lavastoviglie subito e recupero dopo il lavoro". Non sei ancora pronto per l'autogestione del tempo.
- Tieni sempre d'occhio il tuo calendario, che sia su google o cartaceo, e rispettalo.
- Fai une elenco di cose da fare ad inizio giornata, scrivendo la data in cima al foglio. Quelle che non hai spuntato a fine giornata, copiale sull'elenco del giorno dopo, poi butta la lista vecchia.
- Prenditi delle pause ma non troppo lunghe: fai finta che il tuo capo (o chi per lui) possa entrare nella stanza da un momento all'altro: non è un sistema così infantile come sembra.
- Se hai un compagno / una compagna. La cosa migliore è stabilire un patto di non ingerenza. Evitate di interrompervi ogni 10 minuti a vicenda. Altrimenti finirete per litigare. E perdere un sacco di tempo. E danneggiare la vostra relazione. Effetto domino garantito. Se riuscite a pranzare insieme bene, ma poi rientrate subito ognuno nel rispettivo "ufficio".
- Se hai un bambino o dei bambini... probabilmente non sei qui a leggermi, perché non hai tempo. Se sei qui a leggermi, nonostante la prole, sei un supereroe. Fammi sapere qual è il tuo segreto, lo condividerò in un prossimo post.
Buon lavoro!
|| racconto 2 ||
(datato 2004)
Era un posto piccolo, casa sua. Stava ragionando proprio sulle dimensioni, sul fatto che quell'appartamento era davvero un buco. Ma almeno non viveva più con mamma e papà e le ragazze da lui poteva invitarle quando gli pareva.Mentre era immerso nelle sue considerazioni, aveva squillato il campanello ed era lei. Lei che aveva una casa piena di stanze, al contrario suo.
- Ci siamo!
Era entrata come un ciclone, portandosi appresso tutto quell'incredibile freddo che faceva fuori, si era levata il cappotto e l'aveva appeso, assieme al gelo, sul piccolo attaccapanni del minuscolo ingresso lastricato di scarpe. Poi aveva ripreso a parlare:
- Hai proprio bisogno di andare da qualche parte a prenderti una scarpiera, lasciatelo dire.
- Forse ne ho bisogno, sì… ,
aveva risposto lui mezzo contrariato,
- ... anche se secondo me fanno allegria sparse a terra così. A me piacciono. Sono tutte rivolte verso la porta, hanno un significato simbolico, non ti pare?
- Secondo me semplicemente puzzano,
- ... anche se secondo me fanno allegria sparse a terra così. A me piacciono. Sono tutte rivolte verso la porta, hanno un significato simbolico, non ti pare?
- Secondo me semplicemente puzzano,
aveva concluso lei.
I due s'erano poi chiusi in cucina, che era la stanza più calda della casa: era sufficiente accendere il forno e tutti i fornelli, e pareva di stare davanti a un caminetto. Ovviamente non si poteva fare quel gioco a lungo, ma così, tanto per iniziare non era affatto male. C'era un buon clima, e le chiacchierate vengono meglio se si sta a proprio agio.
Lei aveva un sacco di soldi. Era orfana, ma aveva un sacco di soldi, e poi era orfana da così tanto tempo che ormai non gliene importava poi così tanto – si poteva ben dire che era nata orfana. E ricca.
Con una parte di quel patrimonio incredibile, s'era fatta la casa. Aveva una casa con un numero infinito di stanze. Nessuno sapeva di preciso quante fossero. Era una casa ben strana, costruita su tre piani lunghissimi, dritti per orizzontale. Tre corridoi in pratica, così le stanze tendevano naturalmente ad essere disposte una appresso all'altra, il che risultava molto comodo per l'uso che ne faceva, eccetto quando avrebbe dovuto salire la scala. Ci viveva da quando aveva tredici anni, lì da sola, e dopo dieci anni le stava toccando il momento fatidico di salire al primo piano.
- Vuoi dire che hai finito le stanze del piano terra?
- Sì, e questa faccenda mi crea un po' di panico, ora penso che non basterà la mia casa per me, se dovrò vivere oltre i quarant'anni.
- Ma io credo, credo che presto ti fermerai. Non sarai più così ragazzina da cambiare le idee ogni quarto d'ora, da comprare le scarpe e poi stufartene perché sono passate di moda, e soprattutto credo che avrai una famiglia entro la fine del primo piano.
- Oh mio dio a questo non avevo proprio pensato.
Era rimasta male alla notizia. Non aveva calcolato che prima o poi poteva darsi che avrebbe voluto una famiglia, e una famiglia non si sposta da una stanza all'altra, e poi non ci entra tutta in una stanza.
- Non mi fraintendere, non dico che cambiare personalità di tanto in tanto non ti succederà più, e non dico nemmeno che smetterai di fare shopping. Solo che se cresci, di solito, arriva un punto in cui ti fermi e la casa la trasformi molto poco negli anni, più o meno quanto ti trasformerai tu, e potrà succederti di doverla cambiare al massimo un'altra volta.
- E…
I due s'erano poi chiusi in cucina, che era la stanza più calda della casa: era sufficiente accendere il forno e tutti i fornelli, e pareva di stare davanti a un caminetto. Ovviamente non si poteva fare quel gioco a lungo, ma così, tanto per iniziare non era affatto male. C'era un buon clima, e le chiacchierate vengono meglio se si sta a proprio agio.
Lei aveva un sacco di soldi. Era orfana, ma aveva un sacco di soldi, e poi era orfana da così tanto tempo che ormai non gliene importava poi così tanto – si poteva ben dire che era nata orfana. E ricca.
Con una parte di quel patrimonio incredibile, s'era fatta la casa. Aveva una casa con un numero infinito di stanze. Nessuno sapeva di preciso quante fossero. Era una casa ben strana, costruita su tre piani lunghissimi, dritti per orizzontale. Tre corridoi in pratica, così le stanze tendevano naturalmente ad essere disposte una appresso all'altra, il che risultava molto comodo per l'uso che ne faceva, eccetto quando avrebbe dovuto salire la scala. Ci viveva da quando aveva tredici anni, lì da sola, e dopo dieci anni le stava toccando il momento fatidico di salire al primo piano.
- Vuoi dire che hai finito le stanze del piano terra?
- Sì, e questa faccenda mi crea un po' di panico, ora penso che non basterà la mia casa per me, se dovrò vivere oltre i quarant'anni.
- Ma io credo, credo che presto ti fermerai. Non sarai più così ragazzina da cambiare le idee ogni quarto d'ora, da comprare le scarpe e poi stufartene perché sono passate di moda, e soprattutto credo che avrai una famiglia entro la fine del primo piano.
- Oh mio dio a questo non avevo proprio pensato.
Era rimasta male alla notizia. Non aveva calcolato che prima o poi poteva darsi che avrebbe voluto una famiglia, e una famiglia non si sposta da una stanza all'altra, e poi non ci entra tutta in una stanza.
- Non mi fraintendere, non dico che cambiare personalità di tanto in tanto non ti succederà più, e non dico nemmeno che smetterai di fare shopping. Solo che se cresci, di solito, arriva un punto in cui ti fermi e la casa la trasformi molto poco negli anni, più o meno quanto ti trasformerai tu, e potrà succederti di doverla cambiare al massimo un'altra volta.
- E…
Lei era quasi spaventata. Lui continuò:
- E probabilmente sarà molto più di una stanza per volta lo spazio che vorrai abitare, sarà in linea con la tua vita, col tuo pensiero: da grande ne avrai uno, e deciderai che quello è il tuo valore, è quello in cui credi, e non ti sposterai più da là. O se succederà qualcosa di molto grosso, te ne sposterai. Per averne un altro, grande uguale o poco più piccolo, e leggermente diverso, e farai così fatica a costruirtelo che ci resterai.
- Non è quello che voglio.
- Ora. Vedi, al momento ti basta poco per rivoluzionarti.
- Non è vero non è mai poco.
- Non è poco, va bene. Ma non vivrai sempre con la testa in sovraffollamento di pensieri.
- Ma mi dovrò forzare per star ferma. Sia di testa che di casa.
- È la vita che ad un certo punto ti ferma.
- Io non credo che mi vada.
- Allora andiamo a scalare fino al piano di sopra, ma mi darai retta.
Si erano così diretti a casa della ragazza.
Avevano attraversato il lungo corridoio del piano terra, dove tutte le porte erano chiuse a chiave. L'ultima stanza era aperta ed esondava oggetti di ogni genere, che ormai erano quasi in corridoio.
Accanto alle scale c'era un ragazzo e accanto a lui diverse buste di negozi di vario genere. Il ragazzo profumava dello stesso profumo che hanno le macchine appena acquistate. Forse per questo al vederlo lui aveva chiesto: "È quello nuovo?", ma più probabilmente la domanda gli era venuta perché non l'aveva mai visto.
- E probabilmente sarà molto più di una stanza per volta lo spazio che vorrai abitare, sarà in linea con la tua vita, col tuo pensiero: da grande ne avrai uno, e deciderai che quello è il tuo valore, è quello in cui credi, e non ti sposterai più da là. O se succederà qualcosa di molto grosso, te ne sposterai. Per averne un altro, grande uguale o poco più piccolo, e leggermente diverso, e farai così fatica a costruirtelo che ci resterai.
- Non è quello che voglio.
- Ora. Vedi, al momento ti basta poco per rivoluzionarti.
- Non è vero non è mai poco.
- Non è poco, va bene. Ma non vivrai sempre con la testa in sovraffollamento di pensieri.
- Ma mi dovrò forzare per star ferma. Sia di testa che di casa.
- È la vita che ad un certo punto ti ferma.
- Io non credo che mi vada.
- Allora andiamo a scalare fino al piano di sopra, ma mi darai retta.
Si erano così diretti a casa della ragazza.
Avevano attraversato il lungo corridoio del piano terra, dove tutte le porte erano chiuse a chiave. L'ultima stanza era aperta ed esondava oggetti di ogni genere, che ormai erano quasi in corridoio.
Accanto alle scale c'era un ragazzo e accanto a lui diverse buste di negozi di vario genere. Il ragazzo profumava dello stesso profumo che hanno le macchine appena acquistate. Forse per questo al vederlo lui aveva chiesto: "È quello nuovo?", ma più probabilmente la domanda gli era venuta perché non l'aveva mai visto.
"Sì l'ho preso l'altra sera al supermercato, pensa, anche lui stava facendo la spesa dopo cena – che buffo fare la spesa dopo che s'è mangiato, è come anticiparsi i compiti per il giorno dopo – e abbiamo fatto la fila insieme, sapessi quanta gente c'era…".
L'ultima porta del primo piano / corridoio di casa. Un giro di chiave e via.
"Non avrai nostalgia delle tue scarpe, dei tuoi vestiti, delle foto, del tuo ex, di quei film francesi e dei libri indiani? Non ti mancherà quello che hai chiuso lì dentro? Le idee… e tutto il resto?", aveva chiesto lui con la prima busta in mano.
"Non mi manca mai nulla di quello che mi lascio dietro le spalle. Lo sai benissimo. Non ho mai riaperto una porta. E mi ero davvero stufata di quel tipo di vita, in più non c'entravo più in casa: era ora di cambiare tutto."
Quella casa aveva tre piani: piano terra, primo e secondo piano. Ogni piano era composto di innumerevoli stanze (fatte ognuna di un salotto / camera da letto una cucina e un bagno). Era una casa molto lunga. Ogni stanza, di contro, era molto piccola: c'era lo spazio per un limitato numero di oggetti idee e cose in genere.
L'ultima porta del primo piano / corridoio di casa. Un giro di chiave e via.
"Non avrai nostalgia delle tue scarpe, dei tuoi vestiti, delle foto, del tuo ex, di quei film francesi e dei libri indiani? Non ti mancherà quello che hai chiuso lì dentro? Le idee… e tutto il resto?", aveva chiesto lui con la prima busta in mano.
"Non mi manca mai nulla di quello che mi lascio dietro le spalle. Lo sai benissimo. Non ho mai riaperto una porta. E mi ero davvero stufata di quel tipo di vita, in più non c'entravo più in casa: era ora di cambiare tutto."
Quella casa aveva tre piani: piano terra, primo e secondo piano. Ogni piano era composto di innumerevoli stanze (fatte ognuna di un salotto / camera da letto una cucina e un bagno). Era una casa molto lunga. Ogni stanza, di contro, era molto piccola: c'era lo spazio per un limitato numero di oggetti idee e cose in genere.
Lei era una ragazza così
Ogni stanza che chiudeva, non la riapriva più.
Accumulava quel che "era" di volta in volta e, al momento buono, chiudeva tutto a chiave.
Non buttava mai niente.
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