giorno 3
Una piccola premessa. Io sono anziana, e i blog li leggo dal computer. Ma tu sei giovane, e mi leggi dallo smartphone. E quindi vorrei segnalarti che i famosi link dentro le parole di cui parlavo nel post del giorno 1, sono contenuti nelle parole blu. O azzurre. Non so di che colore si vedano dal tuo schermo, ma insomma come questa: link.
Ora vai a ricercare quelli dei primi due post, ché mi ci sono impegnata tanto a scovare delle cosine carine.
E ricordati: qui a Milano siamo già al giorno 5, di quarantena, quindi se ti sembra che io stia cominciando a dare i numeri, non ti sbagli.
A tal proposito...
L'aereo partirà al più presto. Mi affretto a scendere dalla macchina e a correre all'interno dello spazio chiuso da vetrate scorrevoli. Lo zainetto ce l'ho, il biglietto pure. Camicetta in ordine, capelli a posto. Ecco a cosa servono le vetrate.
L'aereo parte alle nove e trenta. Sono in perfetto orario. Raggiungo la sala d'attesa.
Passa poco, il tempo d'una visita alla toilette: anche il volo è puntuale.
Mi dirigo dalla signorina, le mostro il biglietto, mi fa passare, sono subito appresso ad una coppia di giovani lavoratori in giacca scura e camicia bianca, l'accento inconfondibilmente non romano. Già.
Ormai sono seduta, lo stuart già sta lì a spiegar cose che nessuno ascolta, gesticolando come un attore consumato che tenta di dare più pathos alla sua performance. Niente da fare.
Ricordo di aver dato retta ad uno stuart che spiegava come si vomita negli appositi contenitori o dove si trova il bocchettone dell'ossigeno solo una volta. Un'unica volta. Era il mio primo volo, avevo diciassette anni e credevo fosse carino quantomeno mostrarsi interessati.
Ora di anni ne ho ventidue, l'Alitalia ha smesso di regalare le caramelline colorate a fine volo. E io non sento nemmeno una parola delle spiegazioni.
L'aereo nel frattempo si alza, fa quella cosa che vorrei vedere tutti i giorni, e cioè piegare sul mare. Considerato che ho il posto accanto al finestrino, quell'annusata di salsedine virtuale mi è molto gradita.
Poi, a un certo punto, andiamo dritti. Semplicemente il decollo e la salita finiscono, e il volo prende le sembianze di un viaggio in metropolitana.
Che poi non è che ci voglia tanto ad arrivare a destinazione.
Non faccio in tempo a leggere che una quindicina di pagine del Giovane Holden, e a scarabocchiare su un foglio qualcosa che somigli ad una nuvola vista da un oblò, che inizia la discesa.
Ora vai a ricercare quelli dei primi due post, ché mi ci sono impegnata tanto a scovare delle cosine carine.
E ricordati: qui a Milano siamo già al giorno 5, di quarantena, quindi se ti sembra che io stia cominciando a dare i numeri, non ti sbagli.
A tal proposito...
|| spunto 3 ||
L'aperitivo.
Il momento più importante della giornata.
Finalmente si stacca, si sorseggia una qualsiasi deliziosa bevanda alcolica e, bando allo stress, in alto i calici: "brindo alla vita"!
Ti svelo un segreto: non è necessario andare al bar, per bere un aperitivo.
E alla fine di un dì forzatamente casalingo, uno Spritz te lo meriti eccome. Ho detto Spritz? Certo. Come sai o come hai appreso poche righe fa, scrivo dalla meravigliosa Milano. Calice, prosecco, ghiaccio, Aperol o Campari e via: puoi anche metterti d'accordo con un gruppo di amici per un bell'aperitivo via Skype.
E qua ti lascio un video tutorial che ho realizzato tempo fa con il mio amico Adolfo Pascone, di una variante del cocktail che prende il nome dal suo locale: Spritz Bottega 12.
Giuro, è buonissimo.
Ah, se ti stappi una birra il risultato relax è garantito lo stesso.
L'importante è accendere la musica, buttarsi sul divano e spegnere il cervello.
Ah, funziona anche con una Coca.
Ma un pochino meno.
Mettici almeno il limone.
Cin cin!
|| racconto 3 ||
(datato primi anni 2000)
Aeroporto. Mattina. Solicello romano.L'aereo partirà al più presto. Mi affretto a scendere dalla macchina e a correre all'interno dello spazio chiuso da vetrate scorrevoli. Lo zainetto ce l'ho, il biglietto pure. Camicetta in ordine, capelli a posto. Ecco a cosa servono le vetrate.
L'aereo parte alle nove e trenta. Sono in perfetto orario. Raggiungo la sala d'attesa.
Passa poco, il tempo d'una visita alla toilette: anche il volo è puntuale.
Mi dirigo dalla signorina, le mostro il biglietto, mi fa passare, sono subito appresso ad una coppia di giovani lavoratori in giacca scura e camicia bianca, l'accento inconfondibilmente non romano. Già.
Ormai sono seduta, lo stuart già sta lì a spiegar cose che nessuno ascolta, gesticolando come un attore consumato che tenta di dare più pathos alla sua performance. Niente da fare.
Ricordo di aver dato retta ad uno stuart che spiegava come si vomita negli appositi contenitori o dove si trova il bocchettone dell'ossigeno solo una volta. Un'unica volta. Era il mio primo volo, avevo diciassette anni e credevo fosse carino quantomeno mostrarsi interessati.
Ora di anni ne ho ventidue, l'Alitalia ha smesso di regalare le caramelline colorate a fine volo. E io non sento nemmeno una parola delle spiegazioni.
L'aereo nel frattempo si alza, fa quella cosa che vorrei vedere tutti i giorni, e cioè piegare sul mare. Considerato che ho il posto accanto al finestrino, quell'annusata di salsedine virtuale mi è molto gradita.
Poi, a un certo punto, andiamo dritti. Semplicemente il decollo e la salita finiscono, e il volo prende le sembianze di un viaggio in metropolitana.
Che poi non è che ci voglia tanto ad arrivare a destinazione.
Non faccio in tempo a leggere che una quindicina di pagine del Giovane Holden, e a scarabocchiare su un foglio qualcosa che somigli ad una nuvola vista da un oblò, che inizia la discesa.
I signori viaggiatori sono pregati di allacciare le cinture di sicurezza.D'accordo.
L'aeroporto di Milano non è male. Cioè, è un aeroporto, solo un po’ più piccolo di quello di Roma.
È presto, l'appuntamento per il colloquio non sarà che alle tre del pomeriggio.
La mia mente mi suggerisce la direzione del bar. Magari in vista di un bel caffè. Freddo, dato che è giugno e fa un caldo tremendo.
Chiedo: "Per favore un caffè freddo".
Risponde: "Shakerato, vuoi dire?"
Annuisco. Vada per lo shakerato.
Si illumina: "Guarda, te lo faccio io… sono bravissimo. Non lo dire alla mia collega che però si offende… ma vedrai com'è speciale il mio caffè!"
Vedrò, vedrò. Per ora elargisco al barista un ampio ma sarcastico sorriso, in attesa del capolavoro.
Lo osservo: prende del caffè, del ghiaccio, poi qualcos'altro. Infila gli ingredienti nello shaker, e le sue mani dietro a danzare su quel cilindretto metallico, ispirate da un’arte a me ignota.
"Voilà, signorina".
E me lo serve, il composto, in una coppa Martini
Il colore tende al marroncino. Un sottile strato di schiuma rischia di straripare dai bordi, ma miracolosamente rimane nei margini. Per un calcolo probabilmente studiato, penso.
Faccio: "Grazie, lo assaggio e le dico cosa ne penso, del…"
Dice: "Della poesia".
Sospiro: "Sì…". Probabilmente mi sono lasciata scappare un Sé, da buona romana, il sé stretto e scettico di queste circostanze.
Porto il bicchiere alle labbra.
Mi assale un sospetto che diventa certezza al secondo sorso: è alcolico.
Con la disinvoltura stupita di un bambino, dico: "Buono".
"Ha visto?", fa il tipo dietro al bancone, "Sono un fenomeno".
Mi allontano, mi trincero nascosta dietro un tavolino rotondo, di quelli senza sedie, alti, dove ti poggi un attimo, consumi e vai.
Consumo. Mi viene da ridere.
Un caffè alcolico. Alle undici del mattino. Questa città potrebbe anche piacermi.
L'aeroporto di Milano non è male. Cioè, è un aeroporto, solo un po’ più piccolo di quello di Roma.
È presto, l'appuntamento per il colloquio non sarà che alle tre del pomeriggio.
La mia mente mi suggerisce la direzione del bar. Magari in vista di un bel caffè. Freddo, dato che è giugno e fa un caldo tremendo.
Chiedo: "Per favore un caffè freddo".
Risponde: "Shakerato, vuoi dire?"
Annuisco. Vada per lo shakerato.
Si illumina: "Guarda, te lo faccio io… sono bravissimo. Non lo dire alla mia collega che però si offende… ma vedrai com'è speciale il mio caffè!"
Vedrò, vedrò. Per ora elargisco al barista un ampio ma sarcastico sorriso, in attesa del capolavoro.
Lo osservo: prende del caffè, del ghiaccio, poi qualcos'altro. Infila gli ingredienti nello shaker, e le sue mani dietro a danzare su quel cilindretto metallico, ispirate da un’arte a me ignota.
"Voilà, signorina".
E me lo serve, il composto, in una coppa Martini
Il colore tende al marroncino. Un sottile strato di schiuma rischia di straripare dai bordi, ma miracolosamente rimane nei margini. Per un calcolo probabilmente studiato, penso.
Faccio: "Grazie, lo assaggio e le dico cosa ne penso, del…"
Dice: "Della poesia".
Sospiro: "Sì…". Probabilmente mi sono lasciata scappare un Sé, da buona romana, il sé stretto e scettico di queste circostanze.
Porto il bicchiere alle labbra.
Mi assale un sospetto che diventa certezza al secondo sorso: è alcolico.
Con la disinvoltura stupita di un bambino, dico: "Buono".
"Ha visto?", fa il tipo dietro al bancone, "Sono un fenomeno".
Mi allontano, mi trincero nascosta dietro un tavolino rotondo, di quelli senza sedie, alti, dove ti poggi un attimo, consumi e vai.
Consumo. Mi viene da ridere.
Un caffè alcolico. Alle undici del mattino. Questa città potrebbe anche piacermi.
Esco, trovo un taxi.
Il tassista è taciturno. Pure io lo sono.
Non mi passa mai liscia quando devo fare un esame.
Poi non è un esame, ancora li chiamo esami: colloquio, si dice colloquio. Mi abituerò mai alla vita da adulta? Non sono più una studentessa. Non faccio esami, faccio colloqui di lavoro.
La paura è la stessa, però.
Il tassista è taciturno. Pure io lo sono.
Non mi passa mai liscia quando devo fare un esame.
Poi non è un esame, ancora li chiamo esami: colloquio, si dice colloquio. Mi abituerò mai alla vita da adulta? Non sono più una studentessa. Non faccio esami, faccio colloqui di lavoro.
La paura è la stessa, però.
Sono terrorizzata al pensiero di qualcuno che mi domanda qualcosa.
Quando avrai davanti la commissione di maturità, immaginateli mentre fanno la cacca, vedrai che ti viene da ridere, era stato il suggerimento dell’amica del cuore appena qualche anno fa.
Sarà, ma io immaginarmeli in bagno i miei professori, non m’avrebbe retto lo stomaco.
Per giunta mi mettevano terrore lo stesso.
"Sei emozionata?", mi chiede la gentile signorina, che mi accoglie all'ingresso dell'ufficio, notando la mia aria titubante e smarrita, un po' spaesata.
"Sempre", rispondo candidamente.
"Ma non devi", ribatte lei, rassicurante.
Non devo? Ne va del mio futuro qui. Quantomeno del mio futuro prossimo.
Quando avrai davanti la commissione di maturità, immaginateli mentre fanno la cacca, vedrai che ti viene da ridere, era stato il suggerimento dell’amica del cuore appena qualche anno fa.
Sarà, ma io immaginarmeli in bagno i miei professori, non m’avrebbe retto lo stomaco.
Per giunta mi mettevano terrore lo stesso.
"Sei emozionata?", mi chiede la gentile signorina, che mi accoglie all'ingresso dell'ufficio, notando la mia aria titubante e smarrita, un po' spaesata.
"Sempre", rispondo candidamente.
"Ma non devi", ribatte lei, rassicurante.
Non devo? Ne va del mio futuro qui. Quantomeno del mio futuro prossimo.
Facile dire non emozionarti. Tu ce l'hai già, il futuro. Io non ancora.
Non attendo tanto, sia lodata la puntualità del Nord.
Il colloquio mi porta via non più di due ore, oddio per la verità tra una cosa e l'altra, tre.
A risentirci minimo fra una settimana, massimo fra due.
Non attendo tanto, sia lodata la puntualità del Nord.
Il colloquio mi porta via non più di due ore, oddio per la verità tra una cosa e l'altra, tre.
A risentirci minimo fra una settimana, massimo fra due.
D'accordo, come siete umani voi, due settimane di calvario psicologico.
Ed ecco, è finito tutto. L'incredibile, delle cose che aspetti per lungo tempo, è che loro arrivano e dopo un attimo se ne vanno, e ti lasciano lì, basita ed emozionata, stralunata eppure angosciosamente vuota. Senza nemmeno darti una qualche spiegazione prima d'andarsene. Davvero insostenibile.
Finito, punto e a capo.
Finito, punto e a capo.
Non mi resta che incrociare le dita.
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