giorno 7

|| spunto 7 ||
Il kit di sopravvivenza al weekend (senza amici).
Ho dovuto sperimentarlo, prima di poterlo condividere con te. 
Non starò a dirti di leggere, guardare la TV, scoprire nuovi youtuber, fare l'amore, cucinare: lo si faceva già nei weekend di pioggia. 
La vera sfida è sopperire alla mancanza degli amici.
Non poter uscire con, andare da, ricevere - gli amici, è una cosa nuova anche per una smart worker. 
E dunque.
Cose che ho fatto questo weekend:
  • ho provato quasi tutti i sistemi di connettività esistenti, e verificato che: Skype non funziona più tanto bene (forse hanno smesso di svilupparlo), Hangouts è discretamente caotico (questo fatto che cambi video principale in base a chi parla, non rende affatto semplice la conversazione a più volti), House Party è da giovani (l'ho scaricato e ho provato l'effetto tik tok, riassumibile in "come cazzo si usa 'sto coso?"), WhatsApp alla fin fine non è così male, neppure in chiamata multipla;
  • ho dunque utilizzato un paio di questi sistemi per video-chiamare la famiglia sparsa su tre case a Roma, e fare un video-aperitivo con Alessandra e Cristina, le amiche sparpagliate per l'Italia;
  • ho scoperto che anche continuare a scambiarsi meme via messaggio per allontanare l'ansia, è terapeutico (questo soprattutto con gli amici milanesi).
Un paio di dritte che non ho ancora messo in pratica:

  • da parte di Cristina: fai ordine in un solo armadio: noi ad esempio in camera da letto abbiamo due micro armadi (uno mio, uno del coinquilino), due cassettiere (per lo stesso principio), una cassettiera extra e il cassettone del letto: mettendone a posto uno solo, il prossimo weekend ci sarà qualcos'altro da sistemare;
  • da parte di fratello Gabriele: se sei a Roma, Bernabei consegna alcolici entro 24 ore dall'ordine: "Se uscite... ve se bevono", chiarisce la copy del servizio (mi ha fatto molto ridere): per sopravvivere al weekend casalingo, mi sembra una svolta. Sicuramente ci sono servizi analoghi anche nelle altre città. Perché, alla fine, "It is better to die of drink then to die of thirst.” (John Fante, The Brotherhood of the Grape: se non hai mai letto John Fante, è il momento giusto per recuperare).
Qualsiasi altro suggerimento per sopravvivere al weekend senza amici, è benaccetto e verrà pubblicato!


|| racconto 7 ||
(datato anno 2003)
La moto dormiva in garage da troppo tempo, era ora di tirarla fuori. Quella domenica, era il momento buono per farsi un giro, per uscire dal torpore quotidiano, per ricominciare a guidare.
Altrimenti, Riccardo lo sapeva, sarebbe finita come ogni domenica: avrebbe dormito fino a tardi, fatto colazione in veranda leggendo il Corriere dello Sport, e passato il pomeriggio davanti alla TV.
Le otto e trenta di una domenica di sole, con un bel caldo che preannunciava l'estate.
Il bar all'angolo profumava di forno acceso pieno di cornetti, l'aroma di caffè era caldo e avvolgente.
Mentre sorseggiava il cappuccino, pensava che era passato un anno dall'ultima gita fuori porta. Da quando aveva litigato col suo migliore amico. Da quella volta, niente più gite felici.
Quel tempo di sgasate sembrava lontanissimo, e così bello da confondersi con la fantasia, invece era passato solo un anno. Incredibile come le cose possano tramutarsi in soli dodici mesi, rifletteva Riccardo.
Appena fuori città aveva iniziato a piovere. Così, dal nulla. "Ma che sfiga!", aveva commentato tra sé e sé Riccardo, decidendo di fermarsi al primo Autogrill: non era bravo a guidare sul bagnato e, per di più, era fuori allenamento a guidare in generale.
Il bar dell'Autogrill era pieno come una discoteca a capodanno, non ci si poteva muovere agevolmente se non urtando qualche altro fradicio avventore.
All'improvviso, come in una commedia romantica, era apparsa lei, la ragazza più piccola che Riccardo avesse mai visto: una specie di miniatura, ma perfetta. Una Kylie Minogue, però mora e con gli occhi di un blu infinito. Aveva delle mani lunghe e curate. Le gambe perfette, come quelle di una modella, solo lunghe la metà. Gli era piaciuta immediatamente.
"Ehi, ma ti conosco?", gli aveva chiesto lei, dopo che si era accorta di lui imbambolato a guardarla.
"Dici a me?", era davvero stupito che gli avesse rivolto la parola. Non si era reso conto dell'insistenza del suo sguardo posato su di lei.
"Sì", e nel dirlo si era alzata dal tavolino dove era seduta, aveva posato la rivista che stava sfogliando e gli si era avvicinata. "Hai un cellulare da prestarmi? Il mio è scarico e devo chiamare il carro attrezzi. La mia moto... temo che non ripartirà più dopo che mi è scivolata qui fuori. Stupida pioggia".
"Oh, hai una moto?", aveva domandato lui, realizzando immediatamente quanto fosse superflua quella domanda.
"Ehhhh già. Una specie di rottame, me l'ha regalata mio cugino un anno fa, non la voleva più. Doveva passare a qualcosa di più potente. Io non ho davvero i soldi per comprarne una nuova invece, non in questo periodo. Spero di poterla riparare, povera Principessa Leia…"
"Principessa Leia?"
"Si chiama così. Io mi chiamo Cristiana".
"Uh, ma certo, io sono Riccardo. E ci sei affezionata alla tua moto?"
"Altrimenti non le avrei dato un nome, non credi? Come si chiama la tua, di moto?"
"Come sai che ho una moto?"
"Ahhhh vediamo... Potrei dirti che le tue mani vissute non mentono, ma… temo di averlo capito dal fatto che hai un casco con te. O lo porti appresso solo per bellezza?"
Riccardo si stava sentendo sempre più stupido: "Comunque no, non ha un nome".
Cristiana si era incuriosita: "Quando le parli, come la chiami, scusa?"
Riccardo non ci aveva mai pensato, ma in quel momento gli sembrava una questione della massima urgenza, quella di dare un nome alla sua moto.
"Senti prima hai detto che non hai soldi per Principessa Leia..."
"Sì ma niente di grave. Ho ventidue anni, ho tutto il tempo di recuperare."
"Ventidue?"
"Pensavi di più, di meno?"
"Non ci pensavo."
"Tu?"
"Ah… io… trentacinque."
Improvvisamente, si era illuminata: "Oh bene. Ho delle domande da farti. Mi fai fare la chiamata, poi ci sediamo?"
Riccardo non si era nemmeno accorto che erano in piedi a parlare come due pali già da un po', che non le aveva nemmeno offerto un caffè al tavolino. Per rimediare, le aveva porto immediatamente il cellulare, e mentre lei parlava le aveva sorriso e scansato una sedia dal tavolino dov'era seduta prima: "Prego madame".
Riccardo aveva realizzato che non sapeva come comportarsi. Era un bel ragazzo, decisamente un bel ragazzo. Era abituato a piacere alle donne, ma era fidanzato da così tanti anni che non si ricordava più come si facesse a flirtare. E aveva una voglia irrefrenabile di flirtare, in quel momento.
Ora era Cristiana che lo scrutava, e lui faticava a trattenere il rossore. Lo sentiva, stava arrivando. Doveva contenerlo a tutti i costi.
"Allora, Riccardo. Trentacinque anni. Motociclista. E poi?"
"E poi... biondo?"
"Ah - ah, simpatico. Senti, posso chiederti una cosa?"
Riccardo aveva annuito.
Cristiana aveva rivolto lo sguardo alle sue mani, si era concentrata ed aveva fatto il gesto di raccogliere qualcosa: un dubbio, probabilmente: "Da un po' di giorni mi capita di pormi una domanda: cosa si prova ad essere adulti?"
Riccardo era spiazzato: "Ma tu sei adulta. No?"
Cristiana aveva sospirato: "No, non hai capito. Intendevo non adulta/piccola. Io voglio dire... adulta/grande. Cioè. Io non ho finito di studiare, non ho un lavoro, che ne so, un negozio ad esempio. Cosa si prova alla mattina andando al lavoro, salutando il parrucchiere di fronte, il meccanico a lato, tutti quelli che aprono la saracinesca nello stesso tuo momento. Cosa si prova ad avere una vita già definita, gli orari fissi, il futuro in linea di massima programmato, una famiglia. Cosa si prova quando i giochi sono fatti?"
Riccardo era sempre più confuso. Cristiana aveva continuato a parlare: "Vivo nell'incertezza costante. Spero che poi, cambierà. Ma mi chiedo, quando cambierà?"
Riccardo stava chiamando a raccolta tutta la sua saggezza: "Sei impaziente. L'unico modo per cambiare le cose è volere che cambino, credo. Ma non pensare che quando sarai adulta/grande, sarà tutto facile. O bello. O immutabile. Io ho una fidanzata…"
"Peccato.", aveva sussurrato Cristiana tra sé e sé.
"Hai detto qualcosa?"
"No no, vai avanti."
Riccardo si era schiarito la voce: "Dicevo. Ho anche un lavoro. Un bel lavoro. Quindi per i tuoi parametri, sono un adulto/grande. Ma mi pongo un sacco di problemi. Pensa che addirittura, a volte, mi sento più vicino alla vecchiaia che alla giovinezza. Mi pesa come un dramma. Ma a volte invece penso di essere giovanissimo e con tutta la vita davanti. Come succede a te: a volte l'incertezza ti pesa, alle altre no, la vivi come un'opportunità."
Cristiana sorrideva: "Come lo sai?"
Riccardo si era finalmente rilassato, si sentiva saggio come un maestro Jedi: "È così tutta la vita, credimi. Prova a far diventare la tua giovinezza un motivo di serenità, anziché un problema. E poi, senti, non è detto che alla mia età i giochi siano fatti. Sono qui ora, invece di essere a casa con mia figlia…"
Cristiana stava sussurrando di nuovo tra sé e sé: "Pure una figlia…"
"Hai detto qualcosa? No? Dicevo. Dovrei essere a casa con la mia famiglia. E invece sono qui che parlo con te, senza conoscerti nemmeno. Non dare mai niente per scontato."
"Non dare mai niente per scontato…", aveva ripetuto Cristiana, come per prendere un appunto mentale.
"Esatto. Tu hai un ragazzo?"
"No."
"Perché?"
"Ma che domanda è? Perché no."
"Bene, quindi puoi sperimentare, e magari trovare la persona giusta per te. O magari anche no."
Cristiana ora si era stufata: "Usciamo a vedere come sta la moto? Non piove più…"
Con ancora indosso l'aura maestro jedi, Riccardo l'aveva seguita.
La moto non era messa così male come aveva sentenziato Cristiana, ci voleva giusto qualche soldo per sistemarla.
"Eh ma io non li ho.", stava piagnucolando Cristiana. "Te li presto io,", aveva spontaneamente risposto Riccardo, "me li ridarai quando avrai trovato e costruito la tua strada. Cosa ne pensi?"
Cristiana stava pensando che fosse molto pazzo o molto ricco, ma quei soldi li avrebbe presi senza remore. In fondo era lui che li offriva, lei aveva chiesto solo di fare una telefonata.
"Va bene, dammi di nuovo il tuo cellulare."
Aveva memorizzato il suo numero: "Questa sono io."
Riccardo la stava guardando con gratitudine: "Bene, dà qua. Aspetta. Prendi i soldi intanto... meno male che ho prelevato... e poi oh, ti ho mandato un messaggio così hai il mio contatto. Chiamami al momento del conto se non ti bastano, d'accordo?"
Si erano salutati con un abbraccio. Cristiana sarebbe rimasta lì ad aspettare il carro attrezzi.
Riccardo, invece, sarebbe tornato a casa. Mentre sfrecciava sulla sua moto improvvisamente nostalgico della sua famiglia, ripensando alla chiacchierata con quella ragazza, una sola frase gli risuonava in testa, chiara e nitida, per una volta:
grazie al cielo non ho più vent'anni!

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