giorno 23
|| spunto 23 ||
Ormai è certezza, la clausura si prolungherà oltre Pasqua, e non è un clamoroso pesce d'Aprile.
Oggi non ho spunti da condividere, perché non ho fatto in tempo a pensarne / scriverne uno: ho combattuto tutto il giorno con il sito dell'INPS, per riuscire a fare richiesta di quella misera indennità Covid prevista per chi, come me, è una Partita Iva. E speriamo che vada a buon fine.Piutost' che nient' l'è mej piutost, come si dice da queste parti.
Con gli spunti, ci aggiorniamo domani.
Ma la seconda parte del racconto cominciato ieri, quella c'è.
|| racconto 23 ||
(datato anno 2004)
- seconda parte -
Non sapeva che Saretta conosceva la verità da un bel po': era stato suo cugino Cris a rivelarle tutto, quando lei aveva solo sei anni: "Io c'ero, Saretta. Non ricordo nulla, perché stavo vomitando. Ma c'ero. Fidati di me: sono morti sul colpo, spiaccicati, fracassati", le aveva rivelato lui durante il giorno della festa del suo undicesimo compleanno.
Quando il padre le aveva successivamente raccontato lo stesso fatto, tra l'altro in maniera molto più edulcorata, lei non si era scomposta: "Ah", aveva commentato, versandosi un bicchiere d'acqua. Era una ragazzina molto equilibrata. Né il fatto che i genitori le avessero mentito per tredici anni – lo stesso i nonni – né la rivelazione in tenera età del cugino grande, le avevano procurato traumi particolari.
A scuola, quella mattina, aveva passato tutta l'ora di religione, di cui non le importava niente, a scrivere una lettera molto importante. Non era brava con le parole, era brava a mettere insieme i pezzi: se avesse potuto, avrebbe spedito un puzzle, il suo hobby favorito. Ma da un puzzle non si sarebbe capito cosa voleva dire.
Alla fine dell'ora, aveva scritto un'intera pagina. Così si era alzata dal banco e aveva preso da parte Daniel, quello che in italiano aveva nove. Nove tendente al dieci, ma il professore di lettere, che era un apprezzato sebbene non ancora abbastanza noto scrittore, non gli avrebbe mai dato il massimo. Sarebbe stato un chiaro segno di incoraggiamento, e di promettenti scrittori in circolazione ce n'era già in sovrabbondanza. Daniel era contento lo stesso, soprattutto perché il professore aveva comprato il suo benvolere passandogli gratuitamente i suoi racconti erotici, che pubblicava sotto pseudonimo: era di quello che viveva, non certo dei suoi strampalati romanzi fantasy. Anche se, ne era certo, un giorno quei tomi lo avrebbero elevato alla gloria letteraria. E, chissà, a quella cinematografica.
Saretta aveva chiesto a Daniel di leggere e correggere la lettera che aveva scritto. Daniel faceva spesso cose del genere, con i temi in classe e i compiti a casa, facendosi pagare il servizio. In cambio assicurava un risultato garantito.
Ma una lettera personale, era una novità per lui.
Daniel non se la sentiva di garantire il risultato, così l'aveva corretta e basta: sintassi, consecutio, doppie, qualche h di troppo e qualcuna di meno. Aveva deciso di non farsi nemmeno pagare. Saretta aveva capito che di fronte ai sentimenti, nemmeno Daniel poteva venderle una certezza di successo. Saretta poi aveva ricopiato su un foglio di carta celeste, con una penna ad inchiostro lilla, il testo: il risultato era gradevole. Così l'aveva imbustata, scrivendo nome e indirizzo del destinatario:
A scuola, quella mattina, aveva passato tutta l'ora di religione, di cui non le importava niente, a scrivere una lettera molto importante. Non era brava con le parole, era brava a mettere insieme i pezzi: se avesse potuto, avrebbe spedito un puzzle, il suo hobby favorito. Ma da un puzzle non si sarebbe capito cosa voleva dire.
Alla fine dell'ora, aveva scritto un'intera pagina. Così si era alzata dal banco e aveva preso da parte Daniel, quello che in italiano aveva nove. Nove tendente al dieci, ma il professore di lettere, che era un apprezzato sebbene non ancora abbastanza noto scrittore, non gli avrebbe mai dato il massimo. Sarebbe stato un chiaro segno di incoraggiamento, e di promettenti scrittori in circolazione ce n'era già in sovrabbondanza. Daniel era contento lo stesso, soprattutto perché il professore aveva comprato il suo benvolere passandogli gratuitamente i suoi racconti erotici, che pubblicava sotto pseudonimo: era di quello che viveva, non certo dei suoi strampalati romanzi fantasy. Anche se, ne era certo, un giorno quei tomi lo avrebbero elevato alla gloria letteraria. E, chissà, a quella cinematografica.
Saretta aveva chiesto a Daniel di leggere e correggere la lettera che aveva scritto. Daniel faceva spesso cose del genere, con i temi in classe e i compiti a casa, facendosi pagare il servizio. In cambio assicurava un risultato garantito.
Ma una lettera personale, era una novità per lui.
Daniel non se la sentiva di garantire il risultato, così l'aveva corretta e basta: sintassi, consecutio, doppie, qualche h di troppo e qualcuna di meno. Aveva deciso di non farsi nemmeno pagare. Saretta aveva capito che di fronte ai sentimenti, nemmeno Daniel poteva venderle una certezza di successo. Saretta poi aveva ricopiato su un foglio di carta celeste, con una penna ad inchiostro lilla, il testo: il risultato era gradevole. Così l'aveva imbustata, scrivendo nome e indirizzo del destinatario:
Gentilissimo Clix
VI Casa Bianca
Fiume delle Perle, lato destro
Strada Ocra
Quartiere dei Mulini
Zona Prati
Località Magnolia
Soddisfatta, all'uscita di scuola si era avviata verso casa dei nonni, dal momento che era venerdì, ed erano rimasti d'accordo che avrebbe mangiato con loro quel giorno.
I due nonni l'avevano accolta calorosamente e, come era consuetudine della coppia ormai da diversi anni, vestiti alla stessa maniera, colori coordinati ed anche i tessuti.
Saretta, dopo aver depositato lo zaino della scuola in un angolo dell'ingresso, si era diretta verso la vaschetta delle tartarughe: Tarta & Ruga. Nomi poco originali, aveva pensato.
Soddisfatta, all'uscita di scuola si era avviata verso casa dei nonni, dal momento che era venerdì, ed erano rimasti d'accordo che avrebbe mangiato con loro quel giorno.
I due nonni l'avevano accolta calorosamente e, come era consuetudine della coppia ormai da diversi anni, vestiti alla stessa maniera, colori coordinati ed anche i tessuti.
Saretta, dopo aver depositato lo zaino della scuola in un angolo dell'ingresso, si era diretta verso la vaschetta delle tartarughe: Tarta & Ruga. Nomi poco originali, aveva pensato.
Il nonno era stato costretto a comprarle alla pesca di beneficenza della scuola del nipotino Raffaele.
Raffaele, con i compagni di classe, aveva allestito un banchetto da fiera di paese: lattine di bibite dipinte a colori diversi come bersagli, palline da tennis rubate ai fratelli maggiori da tirare e, come premi, piccoli animaletti: criceti, pesci rossi, tartarughe acquatiche. Li aveva messi a disposizione la madre di Betta, compagna di banco di Raffaele, proprietaria di un piccolo ma molto rinomato negozio di animali nel quartiere.
- Se aggiungi venti euro, ti diamo anche la vaschetta dove tenerle!
- Se aggiungi venti euro, ti diamo anche la vaschetta dove tenerle!
L'aveva incalzato la piccola Betta.
- Venti euro? Siete un po' cari...
- Venti euro? Siete un po' cari...
Aveva provato a protestare il nonno di Raffaele.
Ma alla fine aveva ceduto: erano pur sempre soldi destinati alla beneficenza.
- E con soli cinque euro, la palma di plastica alta dieci centimetri per abbellire il paesaggio!
Aveva annunciato trionfante il nipote.
Il nonno, non senza sentirsi lievemente raggirato, se ne era andato infine con le tartarughe, la palma e la vaschetta, verso gli altri banchi in cerca di conforto.
Il banco di Raffaele e dei suoi piccoli soci aveva realizzato l'incasso più alto della giornata, cosa che avrebbe assicurato loro un "ottimo" in religione, a fine anno. Peccato che, a dispetto di quello che credeva l'insegnante suor Marina, la cosa non li avrebbe gratificati più di tanto.
Il nonno, non senza sentirsi lievemente raggirato, se ne era andato infine con le tartarughe, la palma e la vaschetta, verso gli altri banchi in cerca di conforto.
Il banco di Raffaele e dei suoi piccoli soci aveva realizzato l'incasso più alto della giornata, cosa che avrebbe assicurato loro un "ottimo" in religione, a fine anno. Peccato che, a dispetto di quello che credeva l'insegnante suor Marina, la cosa non li avrebbe gratificati più di tanto.
Saretta non si dava pace:
- Tarta… e Ruga… Nonno, perché? Perché poverine, questi nomi?
- Non so. Forse ho poca fantasia…
- Ma se sei stato tu a raccontarmi tutte le fiabe che so.
- E quelle mica me le inventavo!
- Tarta… e Ruga… Nonno, perché? Perché poverine, questi nomi?
- Non so. Forse ho poca fantasia…
- Ma se sei stato tu a raccontarmi tutte le fiabe che so.
- E quelle mica me le inventavo!
Il nonno stava ancora protestando, quando la nonna si era inserita nelle discussione con la sua voce melodiosa da ex primadonna del coro parrocchiale: "Ragazzi, smettetela di giocare. A tavola".
A tavola era sempre stata una frase ad appannaggio femminile, in casa. Saretta si era sempre domandata come mai.
Mangiando avevano chiacchierato del tempo, della scuola, e di tutto quell'universo di banalità di cui una nipote a quattordici anni può raccontare, per placare l'avida curiosità dei nonni.
Era stato alla fine del pranzo, che Saretta aveva comunicato: "Nonna, devo spedire una lettera!"
Saretta si aspettava qualche domanda in merito anche a quello, credeva e quasi sperava di doversi divincolare verbalmente da un qualche interrogatorio. Invece niente, non le avevano dato nessuna soddisfazione. Era la prima volta che succedeva: forse erano stanchi.
A tavola era sempre stata una frase ad appannaggio femminile, in casa. Saretta si era sempre domandata come mai.
Mangiando avevano chiacchierato del tempo, della scuola, e di tutto quell'universo di banalità di cui una nipote a quattordici anni può raccontare, per placare l'avida curiosità dei nonni.
Era stato alla fine del pranzo, che Saretta aveva comunicato: "Nonna, devo spedire una lettera!"
Saretta si aspettava qualche domanda in merito anche a quello, credeva e quasi sperava di doversi divincolare verbalmente da un qualche interrogatorio. Invece niente, non le avevano dato nessuna soddisfazione. Era la prima volta che succedeva: forse erano stanchi.
Dopo pranzo, i nonni aveva chiesto di poter vedere le foto della gita.
Saretta tutta contenta, aveva iniziato a tirare fuori dallo zaino un considerevole numero di piccoli album fotografici, di quelli che regalavano assieme ai rullini quando li facevi sviluppare.
Le foto erano sorprendentemente belle, per essere state scattate da una ragazzina della sua età.
Ma più che dalla loro qualità, Saretta rimaneva allibita dalla quantità di ricordi che le passavano veloci in testa nel guardare quelle fotografie: incredibile come delle immagini fisse e tutto sommato piccole, potessero catapultarla di nuovo in quei luoghi, farle sentire gli stessi suoni e odori, vedere gli stessi colori.
Dopo i racconti della gita, i nonni avevano congedato la nipote.
In strada il sole scaldava tiepido.
Saretta si era incamminata. Al primo tabaccaio, aveva comprato un francobollo per posta celere: "E speriamo che arrivi", aveva pensato mentre la imbucava.
Solo mentre la lettera stava già cadendo nella buca, le era venuto in mente che non ne aveva una copia.
Malinconicamente, con le cuffie nelle orecchie, si era avviata verso casa. Entrata, non aveva trovato nessuno. Il pensiero di quella lettera che vagava non le dava pace: e se non fosse arrivata? Lei non avrebbe ricordato parola per parola per scriverla da capo. E non sarebbe mai riuscita a produrne un'altra simile. E Daniel non avrebbe acconsentito a correggerle una seconda volta uno scritto personale. Le sembrava di aver commesso una leggerezza imperdonabile.
Le erano salite le lacrime agli occhi dalla tristezza.
Saretta tutta contenta, aveva iniziato a tirare fuori dallo zaino un considerevole numero di piccoli album fotografici, di quelli che regalavano assieme ai rullini quando li facevi sviluppare.
Le foto erano sorprendentemente belle, per essere state scattate da una ragazzina della sua età.
Ma più che dalla loro qualità, Saretta rimaneva allibita dalla quantità di ricordi che le passavano veloci in testa nel guardare quelle fotografie: incredibile come delle immagini fisse e tutto sommato piccole, potessero catapultarla di nuovo in quei luoghi, farle sentire gli stessi suoni e odori, vedere gli stessi colori.
Dopo i racconti della gita, i nonni avevano congedato la nipote.
In strada il sole scaldava tiepido.
Saretta si era incamminata. Al primo tabaccaio, aveva comprato un francobollo per posta celere: "E speriamo che arrivi", aveva pensato mentre la imbucava.
Solo mentre la lettera stava già cadendo nella buca, le era venuto in mente che non ne aveva una copia.
Malinconicamente, con le cuffie nelle orecchie, si era avviata verso casa. Entrata, non aveva trovato nessuno. Il pensiero di quella lettera che vagava non le dava pace: e se non fosse arrivata? Lei non avrebbe ricordato parola per parola per scriverla da capo. E non sarebbe mai riuscita a produrne un'altra simile. E Daniel non avrebbe acconsentito a correggerle una seconda volta uno scritto personale. Le sembrava di aver commesso una leggerezza imperdonabile.
Le erano salite le lacrime agli occhi dalla tristezza.
Ma in fondo perché mai proprio la sua lettera avrebbe dovuto perdersi? La posta è affidabile, e magari ci avrebbe messo un po' ma sarebbe arrivata a destinazione. Era una lettera perfettamente in regola, non pesava troppo, la busta era bianca, erano indicati destinatario e mittente. Non c'era nulla da temere.
Il vero problema, semmai, era con cosa riempire l'attesa: non avrebbe potuto passare magari un mese, semplicemente aspettando. Questo non era pensabile né attuabile.
Il vero problema, semmai, era con cosa riempire l'attesa: non avrebbe potuto passare magari un mese, semplicemente aspettando. Questo non era pensabile né attuabile.
- fine seconda parte -
- domani, la terza -
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