giorno 36

Premessa.
No, non ho altri 20 (o chissà quanti) spunti pratici da fornirti per continuare a sopravvivere dignitosamente in casa: credo di averti elargito tutto il mio sapere empirico e le mie modeste idee.
Perciò ho pensato che, in questo periodo in cui ci viene imposto dall'alto di non-agire senza nemmeno pensarci su, è bene riaprire il tempo del dubbio.
Ecco perché, da oggi in poi, la sezione spunti di questo blog diventerà filosofica: spunti di pensiero.

I racconti, invece, andranno avanti: probabilmente continuerò con il sistema delle puntate, perché di racconti brevi adatti al blog, non credo di averne scritti così tanti altri, in gioventù.

Buon proseguimento!



||spunto di pensiero 1, 
già spunto 36 ||

"Adirarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto, per la giusta causa."
(Aristotele, Etica nicomachea)



|| racconto 36 ||
(datato anno 2003)
- prima parte - 

Adriana aveva la sensazione che la sua vita fosse ferma in garage: intanto, come tutte le cose inutilizzate, anche la sua vita faceva la polvere e la ruggine, perché il tempo non è che si fermi ad aspettare nessuno. Quanto ci sarebbe voluto, se mai fosse arrivata la voglia, a farla ripartire, una vita in garage?
Era tutto perfetto prima, nella sua. O almeno così credeva. Poi, da un giorno all'altro, Riccardo l'aveva lasciata. Scappato con una motociclista disattenta, che non si era accorta - evidentemente - che quel ragazzo fosse già fidanzato con un'altra.
La sera stessa dell'accaduto, Adriana era scappata al mare, scesa alla spiaggia, e aveva bruciato la sua, di moto, la sua fedele moto: la luna era piena. "La luna e un falò", aveva pensato, sorridendo tra sé per l'ultima volta.
Si era chiusa nella casa al mare, e non voleva più uscire nemmeno per fare la spesa. Il sabato pomeriggio, andava a farle visita Alessia, portandole qualcosa da mangiare e da bere e altri generi di prima necessità. Le raccontava del caffè di Mimmo, che era tanto che non lo voleva andare a prendere con lei, eppure era proprio ad un passo dalla spiaggia, il bar, così vicino che il rumore della risacca si mescolava a quello del vapore per il cappuccino; e poi dell'ultimo numero di Motociclismo, che forse era il caso di leggerlo, almeno sfogliarlo, perché le moto la avevano accompagnata fin da bambina, a trent'anni ormai non poteva privarsene; o si faceva raccontare l'ultimo libro che Adriana aveva letto, dato che lì a casa al mare, due erano le possibilità: o leggeva o dipingeva.
La libreria infatti era stracolma di grandi nomi e grandi titoli, tutti quei classici divorati dall'infanzia alla laurea in lettere, passando per l'adolescenza, e da tre anni relegati lì, ché a casa in città ci voleva del posto per gli autori moderni e contemporanei. Era sempre stata una persona metodica, Adriana. In tutto quello che faceva. Il modo in cui leggeva i libri ne era una dimostrazione: prima tutti i classici, quelli che proprio non puoi evitarti di leggere; finiti quelli, i moderni e contemporanei. 
Aveva indirizzato la sua vita per bene, fino al giorno in cui Riccardo l'aveva lasciata, sconvolgendole il suo indistruttibile ordine mentale.
La casa al mare era una villetta, una villetta piccola, senza pretese.
Ci veniva in vacanza da sempre, in quel posto, e lo amava più di tutto: in particolare, l'odore della sera. Perché era un odore salato, umido e pulito. L'estate era il posto dove andava da bambina e dove era tornata da adulta, prendendosi casa. Trovava rassicurante il fatto che fosse un luogo dove le facce anno dopo anno erano più o meno le stesse solo cresciute. Lì, era sempre estate, e a passare erano solo le stagioni, non gli anni.
Era tutto più bello e magico, nei mesi d'estate.
Erano lontane quelle estati lì, ora, da Adriana. Lontane e irraggiungibili. Passate
La villetta ospitava il suo calvario senza sosta, condito solo di canzoni tristi. Perché nella musica si poteva annullare: musica sparata a volume massimo, buttata sul letto, occhi chiusi: e rimaneva inerme a far nulla: solo provare emozioni. Adriana, stritolata da quelle sensazioni abbacinanti, si sentiva pervasa da una depressione infinita e tormentante, che la mordeva da dentro e facilmente l'avrebbe fatta implodere, al primo scoppio esterno non tollerabile di vita.
Passava giornate intere così, senza nemmeno mangiare o bere o fumare. A quel punto era arrivata: nessuna dipendenza, solo apatia.
L'unica eccezione al non fare nulla, era leggere.
La malattia dell'anima lunga e oscura dell'amica, metteva spiacevoli sensazioni dentro e addosso ad Alessia. A volte la voleva chiamare, ma non sapeva cosa dirle né come. Quindi, aspettava il sabato, e andava direttamente a trovarla.
Adriana non pensava quasi più, a volte però, sognava.
Ed erano storie immensamente contorte, e lunghe, e spesso a puntate: continuavano cioè, la notte dopo. Non si rendevano conto gli sceneggiatori e i disegnatori dei suoi sogni che quell'attesa era logorante? Ora però, capiva il senso del supplizio dei racconti a puntate che leggeva da piccola: era l'allenamento alla pazienza, che va svolto fin da bambini, sennò poi è come gli addominali: se non l'hai sempre fatti, da grande non ti vengono.
Però ora quei sogni rotti dal risveglio spesso brusco, le facevano venire voglia di barare e rimettersi a dormire nel pomeriggio per vedere se per caso ritrovava quella stessa proiezione fantastica del suo subconscio lasciata poco prima. No, la sua pazienza non l'aveva allenata benissimo, da piccola.
Una notte senza luna aveva sognato la sua casa di città. Era più grande e completamente vuota, avvolta dalla nebbia pure all'interno. Vi entrava spingendo la porta con mano malferma e occhi impauriti. Passi lenti e pesanti, ma non un rumore: un film muto. Poi usciva in strada, e la strada presto era tramutata in giardino, verde e grande anche quello, lo stesso prato che avrebbe potuto calpestare al mattino se solo avesse voluto uscire un attimo. Era proprio il giardino della sua casa vicino alla spiaggia. Ad un angolo, una tavola rettangolare perfettamente apparecchiata, ma con la tovaglia a quadri dell'osteria, rossa e bianca. Seduti intorno, Alessia e il suo ragazzo e un'altra coppia di amici. Due posti vuoti. Adriana si siede al suo. Mangiano, ma è un tempo breve. Dal cancelletto lentamente arriva un fantasma del passato, quello di Riccardo. Riccardo com'era nel momento in cui si erano incontrati la prima volta, e piaciuti. Si avvicina alla tavola, e Adriana spaventata cerca di alzarsi, ma non ci riesce, è sul punto esatto di farlo, ma inciampa in qualcosa e si ritrova immobile sulla sedia, senza possibilità di fuga. Riccardo siede accanto a lei, e il resto della compagnia scompare, e la tavola con le sedie in una mutazione surreale si trasforma in un piccolo divanetto di vimini, candido come l'ala di un angelo ma non altrettanto comodo, un divanetto a due posti. Riccardo  stringe le mani di Adriana.
- Cos'hai fatto tesoro? Sei uno straccio…
- Sono stata male da quando sei andato via…
- Potevi chiamarmi.
- Avrei dovuto?
- Sì, sarei corso da te. Ti avrei aiutato, parlato. Ascoltato.
- Davvero?
- Davvero.
L'ultima parola aveva rimbombato una giornata intera nelle orecchie di Adriana, sebbene pronunciata da un fantasma del passato in sogno. 

- fine prima parte - 
- domani, la seconda - 







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