giorno 38
|| spunto di pensiero 3,
già spunto 38 ||
"Per stare al mondo, il primo problema che il bambino si trova a dover risolvere è quello di ridurre l'angoscia dell'imprevedibile. È un'angoscia che l'umanità conosce dal primo giorno in cui ha fatto la sua comparsa sulla terra, e che incessantemente ha cercato di contenere. Prima con i riti che garantivano una certa regolarità nei comportamenti; poi con i miti che raccontavano modelli di condotta che consentivano di prevedere quali avrebbero sortito un buon esito e quali uno cattivo; infine con la ragione, che prima di essere un prodotto logico è una difesa dall'angoscia dell'imprevedibile, da cui nessuna strategia, se non quella razionale inaugurata dalla filosofia, è in grado di tutelarci."
(Umberto Galimberti, Perché? 100 storie di filosofi per ragazzi curiosi)
|| racconto 38 ||
(datato anno 2003)
- prima parte - Penso che quei due insieme siano davvero carini, mi sembra di vederli così da sempre.
Sono andata a cena fuori con tre persone, di cui ne conosco solo una, ma l'idea non mi sembra così assurda, la voglia di vedere gente nuova è sempre forte, e la componente filorischiosa anche. E poi, avevo fatto una promessa.
Mi sono ritrovata così seduta alla tavola sghemba di un ristorantino spagnolo a Trastevere, a mangiare paella e a bere sangria, con un'amica e due ragazzi mai visti.
Sabina la conosco da una vita, io e lei insieme abbiamo vissuto parecchi episodi che varrebbe la pena raccontare.
Ma Paolo e Enrico non li conoscevo dal vivo, fino a ieri sera alle nove meno un quarto, quando mi hanno citofonato e, dopo aver sceso in tutta fretta le scale divorata dalla curiosità, sono salita sul sedile anteriore di un'Alfa 156 nera.
Sabina e Paolo, seduti sul sedile di dietro, si sono baciati noncuranti delle presenza a bordo del veicolo mia e di Enrico, per tutto il tragitto che ci ha condotti da casa al parcheggio (credo abusivo, dall'aspetto) del ristorante spagnolo. Le canzoni degli U2 come colonna sonora del film che stava accadendo sul retro della macchina.
Di quel film, si può dire che avessi seguito attentamente la fase preparatoria, le pre-produzione.
Tutto era cominciato la notte di un capodanno qualunque, parlando da un locale qualunque, da un cellulare qualunque, con un'amica in particolare.
L'amica era Sabina.
Passavo il capodanno senza di lei, cosa che mi era accaduta di rado. Mi trovavo in mezzo ad uno di quei veglioni da cui sarebbe meglio tenersi alla larga: il locale era male illuminato e quindi risultava troppo buio, in più si trattava di un ampio seminterrato dai soffitti che avrebbero dovuto essere più alti: la musica copriva completamente la possibilità di chiacchierare con il resto del gruppo. Ciliegina sulla torta, il vocalist alla consolle: parlava sguaiatamente con una voce che non conteneva nei suoi toni nemmeno un briciolo di grazia. Senza ricordare nessuna buona motivazione per essere lì se non la scarsa voglia di inventare un'alternativa a quella festa così comodamente organizzata da altri, avevo afferrato il mio ennesimo drink ed il cellulare, ed ero uscita a prendere una boccata d'aria in strada.
Era circa mezzanotte, oppure un po' prima o un po' dopo: avevo chiamato Sabina, per provare a farle gli auguri, almeno per telefono.
Lei era quasi completamente ubriaca, si capiva perché rideva troppo.
Io anche stavo contribuendo non poco allo smaltimento dei liquidi alcolici che mi capitavano involontariamente attorno. Un nobile e lodevole intento, nel quale mi stavo impegnando a fondo.
Ad un certo punto mi aveva passato suo cugino (Enrico), su di giri anche lui, con il quale avevamo deciso di incontrarci alla mattina e darci il primo bacio dell'anno – "Oh non si può non baciare qualcuno a capodanno, porta male", avevo sentito Sabina strillare in sottofondo.
L'accordo era preso, ci saremmo incontrati all'alba, davanti al bar quello nella piazza dove ogni primo dell'anno tutti si danno appuntamento: era il nostro punto di riferimento da sempre, da quando, ancora minorenni, avevamo per la prima volta avuto il permesso di trascorrere il capodanno con gli amici e rientrare a casa senza coprifuoco.
Avevo visto il cugino di Sabina circa sette anni prima.
Tutto era cominciato la notte di un capodanno qualunque, parlando da un locale qualunque, da un cellulare qualunque, con un'amica in particolare.
L'amica era Sabina.
Passavo il capodanno senza di lei, cosa che mi era accaduta di rado. Mi trovavo in mezzo ad uno di quei veglioni da cui sarebbe meglio tenersi alla larga: il locale era male illuminato e quindi risultava troppo buio, in più si trattava di un ampio seminterrato dai soffitti che avrebbero dovuto essere più alti: la musica copriva completamente la possibilità di chiacchierare con il resto del gruppo. Ciliegina sulla torta, il vocalist alla consolle: parlava sguaiatamente con una voce che non conteneva nei suoi toni nemmeno un briciolo di grazia. Senza ricordare nessuna buona motivazione per essere lì se non la scarsa voglia di inventare un'alternativa a quella festa così comodamente organizzata da altri, avevo afferrato il mio ennesimo drink ed il cellulare, ed ero uscita a prendere una boccata d'aria in strada.
Era circa mezzanotte, oppure un po' prima o un po' dopo: avevo chiamato Sabina, per provare a farle gli auguri, almeno per telefono.
Lei era quasi completamente ubriaca, si capiva perché rideva troppo.
Io anche stavo contribuendo non poco allo smaltimento dei liquidi alcolici che mi capitavano involontariamente attorno. Un nobile e lodevole intento, nel quale mi stavo impegnando a fondo.
Ad un certo punto mi aveva passato suo cugino (Enrico), su di giri anche lui, con il quale avevamo deciso di incontrarci alla mattina e darci il primo bacio dell'anno – "Oh non si può non baciare qualcuno a capodanno, porta male", avevo sentito Sabina strillare in sottofondo.
L'accordo era preso, ci saremmo incontrati all'alba, davanti al bar quello nella piazza dove ogni primo dell'anno tutti si danno appuntamento: era il nostro punto di riferimento da sempre, da quando, ancora minorenni, avevamo per la prima volta avuto il permesso di trascorrere il capodanno con gli amici e rientrare a casa senza coprifuoco.
Avevo visto il cugino di Sabina circa sette anni prima.
In foto.
In una foto di gruppo.
Se mi avessero chiesto Che faccia ha il ragazzo che devi baciare?, io avrei risposto Boh.
Follie da primo dell'anno.
Follie da primo dell'anno.
Quando ero rientrata nel locale, mi ero messa a ballare e solo a quel punto, dato che avevo un obiettivo, avevo iniziato a divertirmi.
O forse mi era salito l'alcol.
Al mattino, per una serie di contingenze sfavorevoli e di destini avversi travestiti da collassi alcolici da dopo festa, al bar non ci siamo incontrati: credo fossimo arrivati in momenti diversi. O forse era uno di quei ragazzi che giocava a pallone sulla piazza e, semplicemente, non ci eravamo riconosciuti.
Amen, avevo risolto tra me e me quando infine avevo toccato il letto, subito prima di crollare in un sonno profondo.
Poi, alcuni giorni dopo, mentre io e Sabina giravamo per negozi dando fondo ai nostri risparmi durante gli imperdibili saldi invernali, il telefono della mia amica aveva iniziato a squillare.
"Uh, è mio cugino! Ciao Enrico! Sono con Valentina, quella del bacio di capodanno!"
A nulla erano valse le mie proteste: "No! Ti prego non me lo passare. Mi vergogno, dai. Eravamo ubriachi!": me lo aveva passato.
Per fortuna, si trovava a distanza di sicurezza da figura di merda: nello specifico, era vicino a Brindisi, a fare il militare, mi aveva informata. "Dobbiamo assolutamente vederci, abbiamo un bacio in sospeso", aveva poi asserito con convinzione.
Avevo ripassato il telefono a Sabina e, con tono goliardico, lui le stava già dicendo la frase che le avrebbe impegnato e impregnato il cervello durante tutto il mese successivo.
"Sabina, seduto accanto a me c'è l'uomo della tua vita, te lo passo?"
Galeotto fu il cellulare e chi compose il numero: dopo essersi presentati, avevano parlato per almeno un quarto d'ora. Dopo dieci minuti lei aveva iniziato ad emettere quei tipici risolini da flirt maldestramente pilotato.
Dopo quella telefonata, era iniziata tra di loro una storia d'amore puro, incondizionato e anacronistico: non si conoscevano eppur si amavano.
Un amore costruito sul bip bip dei messaggini di testo, centoventi caratteri per esprimersi al meglio, sentimentalmente e non, utilizzando al massimo quel meraviglioso e terribile dono che ci ha elargito il nostro tempo e che si chiama Capacità di Sintesi.
Un amore costruito anche su telefonate così lunghe da far stappare lo champagne ogni sera a quelli di Tim e Omnitel: chilometri di parole, racconti, promesse e sentimenti: avrebbero potuto costruirci una nuova ferrovia Roma - Brindisi con quelle telefonate. Anche lui, infatti, era in servizio militare come Enrico.
Io me li vedevo come quegli innamorati d'altri tempi, quelli che nei romanzi si fidanzavano per lettera. Quando il volto della sposa per lui, e dello sposo per lei, arrivava pochi giorni prima delle nozze a presentarsi ufficialmente.
Nonostante tutto, però, sembravano fare sul serio. Ad un certo punto, avevano iniziato a scambiarsi fotografie, inviandosele per lettera. Prima da parte di lui, poi da parte di lei.
Le foto di lui le avevo viste per la prima volta mentre eravamo nella sala lezioni della palestra, a pochi minuti dall'arrivo dell'istruttore: un territorio pubblico, affollato: forse temeva i miei commenti.
Finalmente, avevo tra le mani l'immagine della voce senza volto dell'amore della vita della mia migliore amica.
Sabina era lì, con l'asciugamano sulle spalle, che si smangiucchiava le unghie in attesa del mio responso.
Al mattino, per una serie di contingenze sfavorevoli e di destini avversi travestiti da collassi alcolici da dopo festa, al bar non ci siamo incontrati: credo fossimo arrivati in momenti diversi. O forse era uno di quei ragazzi che giocava a pallone sulla piazza e, semplicemente, non ci eravamo riconosciuti.
Amen, avevo risolto tra me e me quando infine avevo toccato il letto, subito prima di crollare in un sonno profondo.
Poi, alcuni giorni dopo, mentre io e Sabina giravamo per negozi dando fondo ai nostri risparmi durante gli imperdibili saldi invernali, il telefono della mia amica aveva iniziato a squillare.
"Uh, è mio cugino! Ciao Enrico! Sono con Valentina, quella del bacio di capodanno!"
A nulla erano valse le mie proteste: "No! Ti prego non me lo passare. Mi vergogno, dai. Eravamo ubriachi!": me lo aveva passato.
Per fortuna, si trovava a distanza di sicurezza da figura di merda: nello specifico, era vicino a Brindisi, a fare il militare, mi aveva informata. "Dobbiamo assolutamente vederci, abbiamo un bacio in sospeso", aveva poi asserito con convinzione.
Avevo ripassato il telefono a Sabina e, con tono goliardico, lui le stava già dicendo la frase che le avrebbe impegnato e impregnato il cervello durante tutto il mese successivo.
"Sabina, seduto accanto a me c'è l'uomo della tua vita, te lo passo?"
Galeotto fu il cellulare e chi compose il numero: dopo essersi presentati, avevano parlato per almeno un quarto d'ora. Dopo dieci minuti lei aveva iniziato ad emettere quei tipici risolini da flirt maldestramente pilotato.
Dopo quella telefonata, era iniziata tra di loro una storia d'amore puro, incondizionato e anacronistico: non si conoscevano eppur si amavano.
Un amore costruito sul bip bip dei messaggini di testo, centoventi caratteri per esprimersi al meglio, sentimentalmente e non, utilizzando al massimo quel meraviglioso e terribile dono che ci ha elargito il nostro tempo e che si chiama Capacità di Sintesi.
Un amore costruito anche su telefonate così lunghe da far stappare lo champagne ogni sera a quelli di Tim e Omnitel: chilometri di parole, racconti, promesse e sentimenti: avrebbero potuto costruirci una nuova ferrovia Roma - Brindisi con quelle telefonate. Anche lui, infatti, era in servizio militare come Enrico.
Io me li vedevo come quegli innamorati d'altri tempi, quelli che nei romanzi si fidanzavano per lettera. Quando il volto della sposa per lui, e dello sposo per lei, arrivava pochi giorni prima delle nozze a presentarsi ufficialmente.
Nonostante tutto, però, sembravano fare sul serio. Ad un certo punto, avevano iniziato a scambiarsi fotografie, inviandosele per lettera. Prima da parte di lui, poi da parte di lei.
Le foto di lui le avevo viste per la prima volta mentre eravamo nella sala lezioni della palestra, a pochi minuti dall'arrivo dell'istruttore: un territorio pubblico, affollato: forse temeva i miei commenti.
Finalmente, avevo tra le mani l'immagine della voce senza volto dell'amore della vita della mia migliore amica.
Sabina era lì, con l'asciugamano sulle spalle, che si smangiucchiava le unghie in attesa del mio responso.
- fine prima parte -
- domani, la seconda -
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