giorno 9

|| spunto 9 ||

La postazione per lavorare (da casa).
Vero, ho già affrontato il tema del lavorare da casa la scorsa settimana. 
Ma, dato che è un tema caldo e centrale, in questo periodo di quarantena, penso che sia giusto dedicargli dei richiami, ogni tanto. Per aggiungere qualche dettaglio che io do per scontato, ma tu magari non avevi considerato.
La postazione, è uno di quei dettagli non trascurabili. 
Cerca di trovare un angolo dell'appartamento da trasformare nella scrivania del tuo ufficio. 
Un tavolino, magari, dal quale non dovrai spostare il computer per fare spazio alla cena o ai giochi dei bambini, e dove potrai raccogliere carte, post-it e penne a piacimento, senza il rischio di perdere qualche pezzo.
Avere una postazione, anche piccola, ti aiuta in primis nell'organizzazione pratica. E poi, anche in quella mentale: se sai che quello lì è il posto dove lavori e non fai altro, sai anche che quando la giornata lavorativa sarà giustamente finita, ti basterà non tornarci per evitare di cedere alla tentazione di dare un'ultima occhiata alle email.
In base alla mia esperienza, ho constatato che ciò che accade più di frequente a chi lavora da casa, è il non riuscire più a distinguere il confine tra tempo professionale e tempo privato. Il che crea una stanchezza mentale, a lungo andare, deleteria. 
Inoltre, avere una postazione, ti permette di fare delle pause più naturali. Pensa al caffè: dovrai raggiungere la macchinetta, per fartelo, proprio come quando sei in ufficio. Bevuto il caffè, tornerai al tuo posto. 
Infine, se vivi con qualcuno, lo stabilire una postazione renderà più immediato capire se stai producendo, o sei disponibile per due chiacchiere.

Buon lavoro e buon tempo libero!

|| racconto 9 ||
(datato anno 2009)
Lui, invece, mi aspettava sotto casa per davvero.
Era una scena da film, pensavo, a riprova che avevo visto troppe commedie romantiche.
Prima avevamo litigato, io mi ero arrabbiata, mi pareva non mi stesse dando la giusta attenzione. 
Mi innervosivo sempre quando venivo trascurata, o quando immaginavo di venir trascurata. 
Lui aveva avuto la pessima idea di sparire per cinquantasei ore. Che vuol dire più di due giorni.
"Ma le conti?", mi aveva chiesto mezzora prima al telefono.
Ma le conti? Ma vuoi farmi arrabbiare davvero? 
"Oh senti, sì che le conto. Quando mi sembrano troppe le conto".
Mi sembravano oggettivamente troppe. Anche perché non aveva addotto nessun motivo sufficiente a giustificare una sparizione tanto prolungata.
"Pensavi di richiamarmi, prima o poi?", avevo inevitabilmente aggiunto, pentendomi subito di aver pronunciato quella frase da perdente. Pure acida.
"Beh… sì… stavo… cenando… ma... poi... penso... anzi... sicuramente... ti avrei... insomma..."
Troppi puntini, troppe sospensioni. Non m'avrebbe chiamata, questo era abbastanza palese. 
Ma poi cenando cosa, erano già le undici e mezzo di sera. Ma cenando cosa?
Ero rimasta in silenzio.
"Ti chiamo dopo", aveva concluso.
E aveva messo giù. 
Ti chiamo dopo?, ripetevo tra me e me con il cellulare in mano, pensando: Ah pure?
Avevo respirato, ero scesa in cucina a versarmi dell'altro Chianti. 
Mio padre russava fragorosamente. Era sdraiato sul divano. Vestito. Senza scarpe, ma con le pantofole. Il telecomando in una mano. 
Perché mio padre è così sciatto?, mi stavo domandando. 
È così che diventano gli uomini dopo i cinquanta? 
E, poi, era partita la cascata.
Cosa succede, ancora, agli uomini, superata una certa età? Grufolano quando mangiano? Si strozzano quando tossiscono? Gli viene la pancia anche se sono magri? 
Non era il momento giusto per pensarci.
Il mio Chianti era lì, rosso scuro ma lucente: bellissimo. Dopo averlo versato con attenzione, lo avevo portato con me in camera.
E me ne stavo lì, in pigiama, sotto al piumone, a leggere un libro e sorseggiare il vino, quando il cellulare aveva squillato.
"Cosa fai, scendi così?". Era lui, ed era sotto casa.
Ma come? Avevo appena deciso che fosse da depennare, e lui faceva quel gesto da commedia romantica?
"Oh, e va bene, dammi un attimo che scendo", avevo risposto. Dovevo sforzarmi di far vincere la rabbia, sulla contentezza. Non si meritava un perdono immediato.
Ed eccolo lì. Con un cartellone tra le mani con su scritto: Sono un idiota.
Lo avevo guardato con disapprovazione, ricacciandomi dentro un momento di ommioddiochecarino
"Vuoi andare a bere qualcosa?", mi aveva domandato. Non avevo risposto. "Puoi anche dire di no", aveva concluso.
"Ci vediamo domani", avevo risposto, con tutta la calma di cui ero capace. 
Contenta del gesto sì, ma cretina no.
E vaffanculo le commedie romantiche.

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